venerdì 8 maggio 2020

I DODICI PALLEGGIATORI CHE HANNO SCRITTO LA STORIA DELLA PALLAVOLO MODERNA. Di Filippo Vagli




Chi è stato il più grande palleggiatore che la pallavolo ha espresso negli ultimi quarant’anni? E’ impossibile poterne individuare uno. Il titolo del più grande in assoluto non esiste. Analizzando lo sviluppo degli ultimi quarant’anni di pallavolo si può facilmente osservare una notevole evoluzione del gioco così come dei sistemi di allenamento. Sono state inoltre individuate nuove e sempre più dettagliate tecnologie riguardo lo studio degli avversari, così come sono completamente mutate le condizioni ambientali in cui vengono disputate le gare di oggi rispetto a quelle di qualche decennio fa. Una serie di considerazioni che ci restituiscono dati disomogenei fra di loro, che non consentono una valutazione oggettiva utile per poter individuare il migliore in assoluto. Possiamo però affermare che, una serie di palleggiatori, per tecnica, classe, stile di gioco, carisma, capacità di leadership e palmares, si sono nettamente distinti rispetto a tutti gli altri. Tra questi, immaginando un’ideale tavola rotonda del grande volley ne abbiamo individuati dodici, andando quindi alla ricerca degli alzatori che potrebbero avere titolo per sedersi attorno a tale tavolo esattamente come facevano i dodici cavalieri (condottieri di corte di rango elevato) e Re Artù quando riuniti attorno alla tavola rotonda del castello di Camelot, discutevano i temi chiave per il miglior funzionamento del regno.
Considerando che gli atleti tutt’ora in attività stanno ancora scrivendo importanti pagine di storia della pallavolo e pertanto solo al termine delle loro carriere si potrà arrivare a fornire una loro valutazione complessiva, nell’individuazione dei “dodici eletti” sono stati presi in considerazione soltanto i palleggiatori che, oltre ad aver giocato negli ultimi quarant’anni, hanno appeso le scarpette al chiodo. E visto che, come già detto, il migliore in assoluto non esiste, presentiamo i “magnifici dodici” in stretto ordine cronologico di apparizione sui parquet dei palasport di tutto il mondo.

KATSUTOSHI NEKODA
Nato ad Hiroshima il giorno 1 febbraio 1944 è stato il palleggiatore della squadra nazionale giapponese che tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70 ha rivoluzionato lo sport della pallavolo. In quegli anni la pallavolo si gioca prevalentemente con alzate di palla alta in posto due e quattro e si basa sulla capacità degli schiacciatori, saltatori impressionanti e potentissimi nel colpo d’attacco, di passare sopra il muro avversario. E’ con questo tipo di gioco che la scuola dell’Unione Sovietica e dell’Est Europa in generale (Cecoslovacchia, Polonia, Bulgaria e Germanie Est)  domina la scena della pallavolo mondiale. Nekoda grazie alla sua abilità tecnica e alla sua fantasia, organizza attraverso le sue mani magiche un gioco fatto di movimento e di velocità di esecuzione delle azioni d’attacco in ogni zona della prima linea. Veloci anticipate al centro, secondi tempi davanti e dietro al centrale e palle rapide alle bande. Grazie a questo sistema di gioco pionieristico il Giappone conquista la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Monaco del 1972 dopo aver conquistato la medaglia di bronzo e d’argento nelle precedenti edizioni dei giochi olimpici del 1964 e del 1968 e quattro edizioni dei giochi asiatici, dal 1966 al 1978. Nekoda, dopo aver ricevuto il premio per il miglior palleggiatore in due edizioni della Coppa del Mondo (Germania Est 1969 e Giappone 1977) si spegne a causa di un male incurabile nel 1983, tre anni soltanto dopo essersi ritirato dalle competizioni agonistiche

VIACESLAV ZAYTSEV
Nato a Leningrado 12 novembre 1952, si fa conoscere dal pubblico italiano nel 1978 in occasione dei mondiali di pallavolo a Roma. Grandissimo palleggiatore di una della delle squadre più forti della storia del volley, caratterizzata da tecnica, forza fisica e un gioco che rasenta la perfezione. Zaytsev di quella squadra è il regista, il giocatore che in campo orchestra il gioco e smista palloni per quei grandissimi attaccanti che rispondono al nome di Loor, Tchernichov, Moliboga, Selivanov e soprattutto Alexander Savin. La precisione delle sue alzate, eseguite con i piedi a terra anziché in salto, è la caratteristica che più di ogni altra lo ha reso famoso, con traiettorie sempre uguali l’una con le altre. Tatticamente ineccepibile, sempre freddo e lucidissimo, assorbe dalla scuola sovietica il concetto di organizzare il gioco delle proprie squadre andando alla ricerca della massima concretezza ed efficienza più che dello spettacolo fine a sé stesso. Dopo aver giocato per tredici campionati nell’Automobilist Leningrado con cui conquista due Coppe delle Coppe, nel 1982 e nel 1983, fu il primo pallavolista sovietico a trasferirsi all’estero per giovare come professionista. Arriva in Italia nella stagione 1987/88, nella fase terminale della carriera, dove giocha per cinque stagioni vestendo le maglie di Spoleto, Agrigento e Città di Castello. Chiude la sua straordinaria carriera nella stagione 1992-1993 in Svizzera, nella Pallavolo Lugano, vestendo i panni di giocatore-allenatore. Con la maglia della nazionale dell’Unione Sovietica Zaytsev ha conquistato una medaglia d’oro olimpica e due d’argento, due Coppe del Mondo, due Campionati Mondiali e sette Campionati Europei. Nell’anno 2013 viene inserito nella Hall of Fame del volley mondiale come meritato riconoscimento alla carriera di questa icona della pallavolo mondiale.

KIM HO CHUL
Coreano nato a Seul nel 1955, durante il Mondiale del 1978 impressiona il pubblico romano mettendo in mostra una naturalezza fuori dal comune nel tocco di palla nonché una rapidità felina nel muoversi per il campo per eseguire i palleggi d’alzata. L’idea di pallavolo di Kim, molto influenzata dalla pallavolo giapponese di Nekoda, si basa sul concetto che il gioco d’attacco di una squadra nasce e si sviluppa intorno all’attacco di primo tempo. Per il funambolo coreano è da lì che si parte per costruire tutti i possibili schemi in grado di mettere il più possibile i propri schiacciatori di fronte a muri composti da solo un uomo. Il coreano propone quindi un gioco estroso e velocissimo, estremamente spettacolare da vedere, con una rapidità di uscita della palla dalle mani che lascia a bocca aperta. Quando la palla entra nelle sue mani ne esce dopo qualche nanosecondo con una tale velocità che l’occhio umano quasi non riesce a percepire. Parma nella stagione 81/82 riesce a portarlo in Italia offrendogli l’opportunità di sciorinare nei nostri palasport le sue mirabolanti alzate, espresse attraverso i suoi celeberrimi trentatré schemi d’attacco. Un modo di concepire il ruolo di palleggiatore che, oltre a renderlo famoso, regala alla pallavolo italiana e mondiale un gioco innovativo, spettacolare, e nello stesso tempo di grandissima efficienza. Con la Santal Parma, della cui tifoseria diventa l’idolo incontrastato, disputea tre stagioni conquistando due scudetti, due Coppe Italia e una Coppa dei Campioni prima di fare ritorno in Corea. Torna in Italia nella stagione 87/88 richiamato dalla Sisley Treviso dove disputa tre campionati prima di trasferirsi a Schio dove dopo cinque stagioni chiude la sua gloriosa carriera da atleta.

WILLIAM DA SILVA
William Carvalho da Silva, più conosciuto come Da Silva, nasce a San Paolo il 16 novembre 1954. Palleggiatore “fantasista”, caratterizzato da due folti baffi neri, è un atleta rapidissimo di piedi e dotato di grande temperamento. L’imprevedibilità delle sue alzate dipende dalla grande capacità dell’utilizzo dei centrali con diversi tipi di primo tempo e di smarcare gli attaccanti di secondo tempo, attraverso traiettorie rapidissime. Essendo altro solo 183 centimetri, Wiliam utilizza molto l’azione delle braccia nel palleggio impattando la palla piuttosto avanti al fine di poterla spingere velocemente e per far questo gioca una pallavolo spettacolare fatta di finte e controfinte volte ad ingannare il muro avversario e smarcare il più possibile i propri attaccanti. Famose per spettacolarità le sue alzate tese per l’universale Bernard Rajzman e per il gioco spintissimo in posto due a favore di Josè Montanaro l’opposto che sia in nazionale che nel Pirelli San Paolo viene schierato in diagonale con lui. A ventidue anni è già titolare della nazionale brasiliana con la quale nel 1976 gioca la sua prima Olimpiade a Montreal a cui ne seguiranno altre tre, Mosca 80, Los Angeles 84 (medaglia d’argento) e Seul 88. Con il proprio club, il Pirelli San Paolo, gioca per dieci stagioni consecutive dal 1980/81 al 1990/91, conquistando due Campionati sudamericani per club, due Campionati brasiliani e sei Coppe del Brasile. Nella stagione 1979/80 sbarca in Italia, per una breve parentesi di un solo anno, nella grande Paoletti Catania di Greco, Nassi, Concetti e Scilipoti guidata da Bruno Feltri in panchina, squadra che al termine di una grande stagione si classifica al secondo posto, staccata di sei punti dalla Klippan Torino campione d’Italia.

DUSTY DVORAK
Dusty Dvorak, detto anche il “ragioniere” per le sue capacità organizzative, strategiche e per precisione millimetrica delle sue alzate, nasce a San Diego, in California, il 29 luglio 1958. Come tutti i pallavolisti provenienti dalla California è il beach volley la disciplina con cui inizia ad approcciare il volley. A sedici anni inizia con l’indoor e l’anno successivo fa già parte della nazionale juniores a stelle e strisce guidata da quel Doug Beal che lo porterà poi con sé in nazionale maggiore. Dvorak dispone di un palleggio non brillantissimo dal punto di vista squisitamente tecnico e stilistico. Gomiti molto aperti, palla piuttosto trattenuta tra le mani e impattata più vicino al petto che sopra la testa, sopperisce a tutto ciò con una precisione millimetrica delle traiettorie d’alzata e con una straordinaria capacità tattica e strategica. Capace di sfruttare al massimo i punti di forza della propria squadra e i punti deboli dell’avversario attraverso una formidabile capacità di lettura del muro, eccelle nella pianificazione strategica della partita e quindi nell’utilizzo della tattica migliore da utilizzare nel corso della gara attraverso piani pianificati a tavolino con i propri tecnici. Con la nazionale a stelle e strisce conquista un oro olimpico, un campionato Panamericano, un Campionato del Mondo e una Coppa del Mondo. Nel 1984 sbarca in Italia e precisamente a Chieti dopo rimane per una sola stagione (84/85) così come a Fontanafredda (86/87). Il meglio di sé nel nostro campionato lo fa vedere a Parma, nella prima Maxicono di Gian Paolo Montali con cui conquista due Coppe delle Coppe, una Supercoppa Europea, e un Mondiale per Club. 

JEFF STORK
Nel 1989 Gian Paolo Montali, reduce da due secondi posti in campionato con la Maxicono Parma, vuole portare la sua squadra ad esprimere il gioco più veloce possibile per arrivare alla conquista del tanto agognato scudetto. Il palleggiatore che individua per raggiungere il suo obiettivo è Jeff Stork, nuovo palleggiatore della nazionale statunitense. Esattamente come accaduto nella propria nazionale Jeff anche a Parma riceve il testimone da Dusty Dvorak in cabina di regia del club biancoazzurro. Nato a Longview, nello stato di Washington l’otto luglio 1960, Stork è un palleggiatore mancino di 190 centimetri estremamente dotato sia nel fondamentale del palleggio che in quello dell’attacco. Alla velocità supersonica di uscita della palla dalle mani, imprevedibilità delle sue giocate grazie alla capacità di usare sia i centrali che di smarcare i secondi tempi attraverso traiettorie velocissime, abbina una straordinaria capacità di attacco di secondo tocco che lo rendono un vero e proprio schiacciatore aggiunto per la propria squadra. Queste caratteristiche fanno di lui uno degli alzatori più vincenti della storia della pallavolo mondiale. E’ Marv Dunphy, suo allenatore ai tempi in cui Jeff gioca nella Pepperdine University, che gli regala la maglia di palleggiatore titolare bella nazionale con cui conquista un campionato del mondo (1986) e una medaglia d’oro olimpica. Con la Maxicono Parma in due stagioni conquista uno scudetto, una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, e un Mondiale per Club. Nella stagione 1991/92 Doug Beal lo vuole a Milano, dove disputa quattro campionati conquistando un Mondiale per Club, una Coppa delle Coppe e il titolo di MVP della nostra serie A nell’anno 1993.

FABIO VULLO
Toscano di Massa nato il 1 settembre 1964, inizia la sua grande carriera nella pallavolo di alto livello a Torino,  nella Kappa di Silvano Prandi conquistando il suo primo scudetto nella stagione 83/84. In quella stagione divide la cabina di regia con Piero Rebaudengo dal momento che in quell’epoca si gioca con il modulo 4-2, quello con il doppio palleggiatore. Con la cessione di Rebaudengo a Parma, Vullo diventa palleggiatore unico e nel 1986 viene acquistato dalla Panini Modena che gli consegna le chiavi della regia, appartenenti fino alla stagione precedente ad un’altra icona del volley italiano, Pupo Dall’Olio. Da molti considerato il miglior palleggiatore italiano di tutti i tempi, Fabio Vullo è un alzatore moderno di 198 centimetri di talento e naturalezza nel tocco di palla che, pur avendo lunghe leve, riesce ad avere grande mobilità e facilità di spostamento per eseguire i palleggi. Grande controllo emotivo della partita e ottima lucidità nei momenti decisivi della gara, sono alcune le caratteristiche che gli consentono di poter eseguire le migliori opzioni dal punto di vista tattico e strategico. Attraverso innate doti di leadership, riesce a trasmettere e far accettare alla squadra le proprie scelte e il proprio modo di giocare, infondendo grande fiducia ai propri attaccanti. Grandioso nei club in cui ha palleggiato, Torino, Modena, Ravenna, Treviso e Macerata, con un’impressionante serie di trofei conquistati: otto Scudetti, sette Coppe dei Campioni, sei Coppe Italia, due Coppe delle Coppe, un Campionato del Mondo per Club, tre Supercoppe Europee e una Supercoppa italiana. Molto più controverso il rapporto con la maglia della nazionale. Julio Velasco però gli preferisce Paolino Tofoli e Fefè De Giorgi come registi della “nazionale dei fenomeni”, e questo gli renderà decisamente più magro il palmares in azzurro con appena una vittoria in World League e una medaglia di bronzo olimpica a Los Angeles 1984. Molto, troppo poco, per un atleta del suo valore.

PAOLO TOFOLI
Nato nel 1966 a Fermo, nelle Marche, terra di grande tradizione pallavolistica, è il regista a cui Julio Velasco una volta nominato C.T. azzurro affida la regia della nazionale italiana. Scelta che più azzeccata non poteva essere dal momento che alle 226 presenze azzurre di Tofoli sono legati i più grandi successi internazionali della nazionale targata Velasco. Palleggiatore molto tecnico, preciso, veloce sia di piedi che di uscita della palla dalle mani, ha nella costanza di rendimento e nella gestione tattica delle partite i punti di forza che lo rendono atleta di estrema affidabilità. Bravo nel gioco in primo tempo anche con palloni ricevute fuori rete, è altrettanto abile nello smarcare i suoi attaccanti di secondo tempo quando ha a disposizione ricezioni perfette e il muro avversario si aspetta un primo tempo. Ottimo anche nei palleggi di contrattacco, situazioni in cui riesce ad alzare ai propri schiacciatori di posto quattro alzate di palla alta molto precise, mettendoli nelle migliori condizioni per poter attaccare contro muri alti e chiusi. Un leader silenzioso, correttissimo in campo e fuori, senza mai un atteggiamento fuori posto e con l’innata capacità di tramutare in giocate perfette la tattica di gioco studiata a tavolino dai suoi allenatori. Quattro i suoi principali club: Padova, Trento, Roma, con un anno solo in Umbria nel RPA Caffè Maxim Perugia, con i quali mette in bacheca complessivamente tre scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, due Coppe CEV, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea. In azzurro conquista invece due titoli mondiali, una medaglia d’argento olimpica, una Coppa del Mondo e quattro edizioni della World League.

PETER BLANGE’
Dall’altro dei suoi 205 centimetri è l’alzatore più alto della pallavolo mondiale. Nato a Voorburg, in Olanda il 9 dicembre 1964 cresce nel suo paese tra Starlift e Brother Martinus per approdare nel nostro campionato nella stagione 1990/91 nelle Terme Acireale Catania. A oltre mille chilometri di distanza da Catania c’è una squadra, la Maxicono Parma, che nell’estate del 1991 ha la necessità di rimpiazzare il palleggiatore titolare, Jeff Stork, allettato dal progetto e dai dollari della Mediolanum Milano di Silvio Berlusconi. In panchina a Parma siede un tecnico brasiliano, Paulo Roberto de Freitas più noto come Bebeto, che di pallavolo ne capisce come pochi. Il tecnico carioca dispone di un gruppo di atleti con un potenziale offensivo impressionante formato da Giani, Gravina, Bracci, Carlao e Renan Dal Zotto e per valorizzare al massimo questo straordinario patrimonio d’attacco ha bisogno è un palleggiatore che ne sappia esaltare al massimo le caratteristiche. Bebeto per la sua Maxicono ha in mente un gioco “brasiliano”, basato su schemi d’attacco che prevedono alzate molto spinte, con giocate a grande velocità. Intuisce che nessuno meglio che quello spilungone olandese che sta giocando a Catania può garantirglielo dal momento che Blangè, grazie alla possibilità di palleggiare ad altezze siderali riesce ad eseguire palleggi in salto senza flettere le braccia e con l’azione dei soli polsi, rendendo le sue difficilmente leggibili fino all’ultimo istante al muro avversario. Aggiungendo a ciò una grande velocità di uscita della palla dalle mani, questo grandissimo palleggiatore riesce a provocare al gioco un' incredibile accelerazione riducendo enormemente il tempo intercorso tra alzata e schiacciata creando così grossi grattacapi ai muri e alle difese avversarie. E infatti l’organizzazione di gioco di Peter Blangè sarà alla base dei successi della Maxicono 91/92 (Scudetto, Coppa Italia e Coppa CEV), squadra che verrà ricordata come una delle più spettacolari di tutti i tempi. A Parma il palleggiatore olandese rimane altre quattro stagioni conquistando complessivamente due scudetti, una Coppa Italia e una Coppa CEV. Nella stagione 97/98 si trasferisce a Treviso, dove rimane per due stagioni, conquistando altri due scudetti, una Coppa Campioni, una Supercoppa Italiana e un’altra coppa CEV. Straordinario il suo palmares anche con la maglia degli “Orange” con la quale conquista una World League, una medagli d’argento alle Olimpiadi di Barcellona 1992 ma soprattutto l’oro olimpico ad Atlanta 1996, che rappresenterà la ciliegina sulla torta della sua straordinaria carriera.

LLOY BALL
Nel solco della tradizione dei grandi pallavolisti statunitensi Lloy James Ball, nato a Fort Wayne il 17 febbraio 1972, si inscrive a pieno titolo nel novero dei palleggiatori che hanno fatto la storia del volley moderno. Ball viene “scippato” al basket, sport per cui era stato selezionato del mitico Bobby Knight ai tempi dell’università e raccoglie il testimone in cabina di regia della propria nazionale dal grande Jeff Stork. 203 centimetri di altezza, palla precisa e velocissima, Lloy è un alzatore “moderno”. Oltre che nel fondamentale del palleggio, caratterizzato da velocità, imprevedibilità e precisione, con traiettorie sempre uguali rispetto a quelle stabilite con i sui attaccanti, eccelle in battuta, a muro e in difesa. A queste doti Lloy unisce una personalità molto forte e una notevole abilità tattica che lo rendono leader carismatico dei sestetti da lui guidati. Unico pallavolista statunitense ad aver partecipato a ben quattro Olimpiadi, dopo aver preso parte ai giochi olimpici nelle edizioni del 1996, 2000 e 2004, Ball ha messo il sigillo alla sua straordinaria carriera con la maglia a stelle e strisce vincendo la medaglia d'oro ai Giochi Olimpici di Pechino 2008. Con i club gioca quattro straordinarie stagioni nella nostra serie A1 a Modena, vincendo uno scudetto e una Coppa Italia, due stagioni a Salonicco, in Grecia, dove conquista 1 scudetto e due Coppe di Grecia per concludere la sua grande carriera a Kazan, in Russia, dove vince uno scudetto e un titolo di miglior palleggiatore nella Champions League 2011.

NIKOLA GRBIC
Nasce a Zrenjanin, regione serba dell’ex Jugoslavia, il 6 settembre 1973. Inizia i primi palleggi nella pallavolo di altro livello nel Vojvodina di Novi Sad e il suo nome inizia fin da subito a circolare nell’ambiente come quello di un grande talento, una sorta di predestinato. Le principali squadre italiane gli mettono immediatamente gli occhi addosso e nella stagione 94/95 la Gabeca Galatron Montichiari riesce a strapparlo alla concorrenza dei club rivali. Nikola è un palleggiatore alto, poco leggibile dal muro avversario grazie alla capacità di impattare la palla in posizione neutra rispetto al corpo e ad un palleggio fatto quasi ed esclusivamente di azioni di polso anziché di braccia, nonché forte in battuta e a muro. Pur essendo dotato di una grande personalità a soli ventun’anni, complice anche qualche problema di natura fisica non convince fino in fondo il club monteclarense e non ottiene la conferma in cabina di regia per l’anno successivo. A Catania però allena un suo connazionale, Ljubomir Travica, che conoscendolo fin dall’epoca della juniores crede profondamente nelle doti di questo ragazzone di 195 centimetri e gli affida le redini della propria squadra. Nikola lo ripaga disputano in Sicilia una grande stagione che culmina con la promozione in serie A1, mettendo in mostra prestazioni che gli valgono il ritorno a Montichiari. Da li in avanti parte una lunga carriera che si sviluppa tra Cuneo, Treviso, Piacenza, Trento, nuovamente Cuneo e Zenit Kazan (Russia) con uno straordinario palmares costituito da due Supercoppe Europee, una Coppa delle Coppe, tre Coppe Italia, due Coppe Campioni, due scudetti Italiani, una Supercoppa Italiana, una Coppa CEV e uno scudetto russo. Anche con la propria nazionale Nikola ottiene grandi risultati tra cui spiccano la medaglia d’oro olimpica a Sidney 2000 e la vittoria di un Campionato Europeo in Repubblica Ceca nell’anno 2001 a fare da ciliegine sula torta della sua splendida carriera.

GARCIA RICARDO “RICARDINHO”
Ricardo Bermudez Garcia, più noto con lo pseudonimo di Ricardinho nasce in Brasile, a San Paolo, il 19 novembre 1975. Inizia a giocare a pallavolo nel settore giovanile del Banespa, gloriosa società brasiliana, ma fa il proprio esordio nella pallavolo professionistica nel 1995 nelle fila del Cocamar Maringá. Seguono poi sette stagioni in cui Ricardinho cambia squadra ogni anno fino ad arrivare alla stagione 2004/2005 nella quale approda al nostro campionato e precisamente alla Daytona Modena, con cui gioca quattro campionati conquistando una Challenge Cup nella stagione 2007-08. L’anno successivo si trasferisce alla Sisley Treviso dove rimane per sue stagioni, chiudendo la sua parentesi italiana nella stagione 2014/2015 nella Cucine Lube Banca Marche Treia. Palleggiatore dotato di una velocità di palla impressionante, riesce ad imprimere al gioco un ritmo vorticoso basato su schemi d’attacco in cui entrano sempre quattro attaccanti, caratteristica che lo rende pressoché immarcabile per i muri avversari. Il suo gioco super veloce per essere efficiente ha però bisogno di un particolare “timing” fatto di sincronismi perfetti, paragonabili a quelli di un orologio svizzero, e fatica ad essere metabolizzato dagli schiacciatori delle nostre squadre di club. La dimostrazione a tutto ciò è data dal fatto che nei suoi sette anni trascorsi a palleggiare nelle squadre di vertice della nostra serie A1 riesce a conquistare solo una Challenge Cup. Completamente diverso il suo percorso con la nazionale brasiliana dove il suo modo di alzare esalta le caratteristiche di attaccanti come Giba, Giovane, André Heller, André Nascimento, Anderson, Nalbert, Murillo, Gustavo Anders, Dante Amaral, Rodrigao, legando il suo nome ai più importanti risultati del Brasile di Bernardinho, squadra riconosciuta all’unanimità come una delle migliori e più spettacolari della storia della pallavolo mondiale. Impressionante il suo palmares con i verdeoro, con cui conquista un oro e un argento olimpico, due titoli Mondiali, due Campionati Sudamericani, cinque World League, una Coppa del Mondo e due Grand Champions Cup.

mercoledì 6 maggio 2020

METODOLOGIA DELL’ALLENAMENTO NELLA FASE CAMBIO PALLA. Prof. Silvano Prandi



Una cosa importante nell’insegnamento della ricezione è impostare la tecnica del bagher. Dobbiamo avere molta cura nell’impostare il piano di rimbalzo. Questo si trova posizionato sopra nella zona che va dai polsi ai gomiti. Unisco i polsi e creo il piano di rimbalzo.  L’unione dei polsi deve essere solida e a questo scopo mi aiuto con l’unione delle mani. Questa è una conseguenza per  poter mantenere allineati  e uniti i polsi.
Le braccia: vicine unite o staccate? L’importante è la spalla. Le spalle devono essere morbide, decontratte. Le spalle devono essere sciolte per essere pronte all’adattamento del piano di rimbalzo.
Un vecchio allenatore del passato per capre se il piano di rimbalzo era naturale o forzato diceva di ascoltare il rumore del pallone quando colpisce il piano di rimbalzo.
Ogni atleta ha caratteristiche fisiche diverse dagli altri. Per questo è importante lavorare individualmente sul bagher in modo tale da poter  apportare gli opportuni adattamenti sui singoli atleti.
La posizione delle gambe: la gamba destra leggermente avanti? O la sinistra? E’ ininfluente. E’ importante che le gambe siano vicine. Questo permette una rapida uscita dalla posizione, rapidi aggiustamenti. Se io faccio un affondo in ricezione, non sono piu’ in grado di apportare aggiustamenti sulle gambe e sul piano d’appoggio. Quindi niente affondi e niente passi lunghi, ma corti e rapidi per permettere tutti gli aggiustamenti fisici che dovremo apportare.
Durante le partite vengono analizzate in maniera statistica tutte le ricezioni eseguite per poter capire i lati deboli di un giocatore. Questo permette di concentrare l’allenamento specifico sui nostri giocatori e per poter  “colpire” i nostri avversari nei loro lati deboli.
Un esempio lo si ha nell’analisi partendo dalle tre zone di battuta dell’avversario (1-6-5) rilevando le percentuali di ricezioni positive (# e +) del nostro giocatore  nelle tre posizioni di ricezione (5-6-1) in caso di modulo ricezione a 3 oppure, in caso di ricezione a 2, nella posizione a destra o sinistra del campo.
Nel lavoro sui giovani è importante non fare aumentare le negatività. Va allenato nel suo complesso anche se in prospettiva futura pensiamo che non farà mai quel fondamentale (esempio del centrale che non riceve, sostituito dal libero).
Dobbiamo insegnare la ricezione senza che questa diventi un ossessione: se la ricezione è sporca, l’alzatore deve rincorrere il pallone, farà un’alzata in palla alta, l’attaccante deve attaccare lo stesso, nei tanti modi che siamo andati ad allenare, attacco, piazzata, pallonetto, etc..etc… Regola fondamentale: NON SBAGLIARE!!
Andremo ad allenare principalmente i difetti (soprattutto sui giovani).

Gestione delle zone di conflitto
 E’ l’area posta tra due giocatori  e tra un giocatore e la linea del campo.  In queste zone dobbiamo gestire le competenze tra due giocatori (nella zona tra giocatore e linea la competenza è chiara).
Quando la palla mi viene addosso non c’è problema o dubbio sula competenza: la palla è sicuramente mia: dovrò pensare a compensare con il corpo per poter effettuare al meglio il colpo di ricezione.
La posizione della linea di ricezione viene decisa dopo lo studio statistico dell’avversario.  Statisticamente sappiamo che la maggior parte dei palloni cade nella zona centrale del campo. Da questa analisi potremmo stringere la linea di ricezione per coprire la zona centrale del campo. Lascio più sguarnita le fascia di laterale del campo “sacrificando” un’area del campo dove mediamente cadono meno palloni.
In questo caso “si pretende” che sulle battute che cadono nella zona centrale del campo, la ricezione sia buona, positiva per permettere di sviluppare tutte o quasi tutte le soluzioni di attacco.
Su la battuta che cade nella zona laterale del campo chiedo di “salvare” la palla, alta in mezzo al campo, per permettere di fare un gioco di attacco in palla alta.
Silvano Prandi, nel suo metodo di lavoro, ha tolto le competenze di ricezione a priori (a destra o a sinistra). Ha trasmesso un concetto: quando la palla è cade fra due giocatori, la responsabilità è di entrambi i giocatori.
Questo osservano un accortezza. Viene trasmesso un input ai giocatori. In caso di palla che cade a metà, il giocatore di sinistra (palla a destra) si allunga per effettuare la ricezione ma non cade, mentre il giocatore di destra (palla a sinistra) può cadere. Per primo motivo si evita  il conflitto fisico (uno riceve alto e uno riceve basso, quello che cade), inoltre se il giocatore a sinistra è lo schiacciatore di posto 4, sarà pronto (rimanendo in piedi) per l’attacco.
L’abilità di un allenatore è quello di adattare le regole generali che abbiamo visto alle caratteristiche dei propri giocatori.

La ricezione sulla battuta float
Un concetto importante è che sulla battuta float non devo limitare l’attacco. Una battuta float corta la ricevo tenendo la palla alta. Devo pensare a salvaguardare l’attacco di posto 6 (la pipe). La battuta corta in posto 4 la può ricevere lo schiacciatore (che riceve in posto 5) perché dopo aver ricevuto ha il tempo per prepararsi, allargarsi per la rincorsa di attacco. La battuta corta  in 6 la riceve il libero mentre lo schiacciatore di seconda linea si prepara per la pipe. Se abbiamo un opposto che riceve, è lui che copre parte del campo.
Un concetto basilare che gli allenatori devono sempre ricordare (soprattutto gli allenatori di giovanile): la crescita di un giocatore è più importante del risultato.
La ricezione dell’avversario (ma anche la nostra) viene analizzata e scoutizzata per scoprire lati deboli dei singoli giocatori e nelle varie rotazioni di squadra. Queste statistiche ci permettono iniziare ad affrontare una partita con delle indicazioni, ma dobbiamo essere pronti a variare assetto e a portare aggiustamenti durante lo svolgersi della partita stessa.

Alzata
L’alzatore dobbiamo allenarlo con palle da alzare da varie zone del campo, lanciati in varie zone del campo simulando una ricezione sporca. Ogni pallone va attaccato: vicino o lontano da rete, dentro o fuori dal campo.
Non dobbiamo trasmettere al giocatore l’ossessione della ricezione perfetta. Non esiste. Possiamo al massimo generare una piccola ossessione al giocatore: quella di non prendere ace su battuta avversaria e di non ricevere direttamente con la palla nel campo avversario. Queste due tipologie di situazioni non ci permettono di attaccare. Se ci vediamo costretti a fare un pallonetto, dobbiamo cercare di ostacolare l’avversario coinvolgendo la zona 1 o 2, zona in cui si trova l’alzatore avversario.

L’attacco deve funzionare a prescindere dalla positività o meno della ricezione. La rincorsa dell’attaccante deve essere il più rapido possibile. L’attaccante si posizionerà verso la diagonale del campo con l’ultimo passo di rincorsa.
I colpi dominanti da prediligere sono in chiusura e colpo dritto. L’extrarotazione si rivela traumatica per la spalla non permette un buon controllo del pallone con la mano. LA mano segue sempre la direzione del pallone, mentre le spalle devono essere sempre rivolte sulla diagonale (verso zona 5)
Dobbiamo sottolineare un aspetto culturale molto importante della combinazione alzata/attacco: l’alzata perfetta/precisa non esiste. L’attaccante deve saper attaccare qualsiasi tipo di alzata. E’ un aspetto culturale del giocatore.
L’attaccante deve fare l’ultimo passo della rincorsa quando ha capito in che punto si dirige il pallone: l’alzata può arrivare alta, bassa, dentro al campo, spinta e l’attaccante deve compensare queste variazioni adeguando velocemente la propria rincorsa.
Lo scopo dell’attaccante è quello di trovarsi sempre con la palla davanti alle spalle. Sarà sempre la rincorsa ad adeguarsi per far si che l’ultimo passo ci permetta di attaccare la palla davanti a noi.

Attacco di primo tempo.
Occorre trasmettere un concetto. Il primo tempo lo si può giocare anche con palla staccata da rete. Dobbiamo responsabilizzare i nostri attaccanti/schiacciatori. L’alzata perfetta non esiste, ma i nostri schiacciatori devono abituarsi a concretizzare nel migliore dei modi ogni pallone.
Un esercizio utile per abituare l’alzatore alla traiettoria di alzata di primo tempo su palla staccata e all’attaccante di saltare alla distanza corretta, è quello di  legare un elastico da sarta sotto le spalle dell’alzatore con l’asticella della banda della rete. Questa linea sarà la direzione di riferimento che l’alzatore dovrà tenere per la sua alzata e l’attaccante dovrà staccare davanti a questa linea. Questo ci permette di un buon compromesso di distanza da rete per poter fare un primo tempo con buone variabilità d’attacco.
Dopo questo concetto, possiamo scoutizzare una ricezione sui tre metri (2,5 – 3,5 metri) con il segno (!). Snack. Non è una ricezione + o #, ma puo’ permettere un gioco di primo tempo.





martedì 5 maggio 2020

INSEGNARE L'ATTACCO. Angelo Lorenzetti


L’attacco è sicuramente il fondamentale più importante della pallavolo. Uso il termine “sicuramente” perché è un dato che ho preso da uno studio scientifico americano sulla produttività dei vari fondamentali e il primo è l’attacco: al primo posto l’attacco da posto 4 e al secondo posto l’attacco dal centro della rete.
Ma se vogliamo fare una statistica più empirica, sfogliando le statistiche della lega degli ultimi anni si vede comunque che il fondamentale d’attacco è quello che poi rispecchia la classifica finale di squadra.
Per questo è un fondamentale su cui bisogna lavorare tutti i giorni. A maggior ragione nel settore giovanile, soprattutto per i maschi, dal momento che i giovani vengono in palestra per schiacciare, e di questo dobbiamo tenere conto.
I due concetti chiave sono:
-          bisogna schiacciare alto
-          bisogna schiacciare forte
Questi due concetti dipendono da tre principi molto importanti:
-           - Timing: il tempo d’attacco, la sincronia che c’è tra l’alzata e il tempo dell’attaccante
-        - La capacità di riportare nel gioco tutto quello che si impara, dal momento che la pallavolo è uno sport di situazione e quindi difficilmente una situazione assomiglia alle altre
-          - Controllo di palla
Come insegnare l’attacco? La cosa più importante è prendere dei modelli. Il mio modello per quanto riguarda l’attacco e lo faccio vedere anche ai giocatori di alto livello ad inizio anno. Questo modello per me è Juantorena perché tecnicamente è perfetto, e analizzando questo modello la prima cosa che balza all’occhio è la sequenza degli appoggi. La rincorsa d’attacco è comporta da 4 appoggi (non 4 passi!!!) che sono: destro – sinistro – destro – sinistro. Nella rincorsa di questo giocatore si vede molto bene il ritmo che viene dato a questi 4 appoggi. Il primo appoggio viene definito dalla scuola USA come IL PIU’ CORTO E IL PIU’ LENTO. Serve per iniziare a prendere il giusto timing dell’attacco. Il secondo passo viene definito PIU’ GRANDE E PIU’ VELOCE rispetto al primo. Il terzo e il quarto appoggio vengono definiti come I PIU’ GRANDI E I PIU’ VELOCI. Insegnare ai ragazzi fin da piccoli una rincorsa con i 4 appoggi secondo me è essenziale mentre spesso viene insegnata una rincorsa con solo gli ultimi 2 appoggi, partendo dai 3 metri perché sembra più facile. In realtà questo non ha nessun riscontro a livello di studi metodologici e va insegnata globalmente, con i 4 appoggi. E’ importante perché poi su questi 4 appoggi andremo a costruire tutti i tempi d’attacco, il timing. Se no poi succede quello che spesso vediamo in palestra dove lo schiacciare dice al palleggiatore: un po’ più alta; un po’ più veloce; spingila di più; ecc.. In questo modo creiamo solo della grande confusione mentre dobbiamo fissare delle regole:
-          La palla alta (3° tempo): il primo appoggio dei 4 (destro) lo mettiamo quando l’alzatore ha la palla in mano. Lo farà piccolo e lento. Il secondo appoggio sinistro va messo quando la parabola raggiunge l’apice della parabola stessa.
-        Palla un pochino più veloce, secondo tempo (cinque, super): è una palla da secondo appoggio dei 4. Quindi quando il palleggiatore ha la palla in mano noi dobbiamo appoggiare il secondo appoggio (sinistro) facendolo più grande e più veloce rispetto al primo.
-        Poi ci sono le palle ancora più veloci (quick, fast, palla rapidissima in banda) in cui l’attaccante nel momento in cui il palleggiatore ha la palla in mano, ha posizionato a terra il terzo appoggio (destro)
-         Poi c’è l’ultimo tempo, ancora più veloce (1° tempo) in cui quando la palla è in mano al palleggiatore l’attaccante appoggia l’ultimo appoggio (sinistro) a terra. Tutti diciamo che il primo tempo dovrebbe essere fatto in modo che il centrale è già in aria nel momento in cui la palla entra nelle mani del palleggiatore, ma questa è una cosa che si verifica molto raramente. E’ un tempo d’attacco che si una anche in chi gioca le pipe molto evolute (Juantorena quando la palla è nelle mani di Bruno ha l’ultimo appoggio dei 4 già appoggiato a terra)
Avere questo insieme di regole codificate da trasmettere ai nostri giovani attaccanti è fondamentale perché poi spariscono tutti i commenti degli attaccanti del tipo: un po’ più veloce, un po’ più lenta, ecc… In questo modo, non basandoci sul delle opinioni ma su dei fatti concreti, si prende il telefonino, si filma la rincorsa dell’attaccante e si vede se l’attaccante ha rispettato le regole che ci siamo dati. In quel modo si identifica facilmente se era con il giusto timing, oppure se ha sbagliato il tempo, oppure se ha sbagliato il palleggiatore. In questo modo non si da la colpa a nessuno ma ci sono fatti oggettivi, verificabili. Poi certo, ogni schiacciatore magari ama una palla un po’ più rapida, piuttosto che con un po’ di pancia e questi sono lievi adattamenti alle regole codificate che palleggiatore e schiacciatori troveranno nel corso della stagione. Questo quindi è un aspetto che nei nostri settori giovanili è bene curare fin da subito, anche e soprattutto quando siamo in situazione di apprendimento dell’attacco
Quando insegniamo ad attaccare non dobbiamo mai partire da una palla di terzo tempo ma una palla di secondo tempo (secondo appoggio) in maniera tale che i ragazzi sanno che devono partire e noi allenatori che lanciamo la palla, avare la capacità di “sentire” quando e come lanciarla (per noi allenatori è molto importante imparare a lanciare la palla). E fino a quando non riescono ad alzare è anche importante che anche i ragazzi imparino a lanciare la palla e quindi a sentire il tempo e il ritmo dell’attaccante. Dobbiamo insegnare ai ragazzini che il tempo dello schiacciatore e l’alzata devono essere un qualcosa di sincronizzato.
Riguardo a dove deve cadere la palla dopo la traiettoria d’alzata, il mio punto di vista è che non ci sono riferimenti fissi a parte forse per la palla alta. Questo mi porta al concetto che allenare i palleggiatori con i canestri è un qualcosa che soddisfa l’ansia da prestazione ma che serve a poco. Questo non significa che non la facciamo mai, perché ogni tanto la facciamo. Anche se so benissimo che anche qualora il palleggiatore mi meta 10 volte la palla nel canestro non è detto che sia stato preciso dal momento che un’alzata per definirsi precisa deve essere “a tempo” con la rincorsa dell’attaccante. Sarebbe come a dire che un atleta che pratica tiro a volo si allenasse esercitandosi con il tiro al bersaglio fermo. Se ne fa 10 perfetti, non c’è nessuna garanzia che quell’allenamento sia stato funzionale al fatto che quando poi ci sarà il piattello lui sarà più pronto a colpire il piattello. E la stessa cosa vale per i palleggiatori, perché il vero allenamento per loro è quello fatto con gli attaccanti.
La sequenza per il miglior apprendimento è:
-          Partire con un attacco di secondo tempo con partenza al secondo appoggio(non prendono il tempo, partono e basta con la sequenza corretta dei passi) e lancio coretto da parte dell’allenatore e poi dei ragazzi stessi che quando lanciano è come se facessero un esercizio d’attacco perché devono stare attenti a lanciare con il tempo giusto
-          Poi l’allenatore lancia e loro prendono il tempo giusto e con il secondo appoggio prendono il tempo giusto in base al lancio dell’allenatore
Poi, quando voglio inserire il primo tempo (non esiste un’età uguale per tutti ma dipende dal livello di maturazione di ogni singolo gruppo) la prima cosa da fare è insegnare all’alzatore di aspettare l’attaccante sul 4° appoggio e quindi di impostare il salto (del palleggio in salto) nel momento in cui lo schiacciatore appoggia il terzo appoggia in modo da avere la palla in mano quando lui appoggerà il 4° appoggio. Prima glielo faccio fare con la palla già in mano al palleggiatore che salta quando il centrale arriva, poi con l’allenatore che lancia la palla al palleggiatore facile, e poi su situazione di appoggio in bagher classico.
La posizione di partenza per la rincorsa d’attacco deve essere più indietro della linea dei 3 metri per tutti; poi, mammano che i ragazzi crescono e riescono a fare passi più lunghi la eseguiranno partendo ancora da più indietro perché l’obiettivo finale è quello di fare gli ultimo di passi sempre più lunghi e sempre più veloci.
Poi, tutto questo c’è da metterlo in campo. In campo avviene che io ricevitore non parto sempre dalla stessa situazione: a volte attacco dopo aver ricevuto, a volte attacco senza prima aver ricevuto, a volte attacco dopo aver ricevuto una battuta lunga, oppure dopo aver ricevuto una battuta corta, ecc.. E quindi accade che precedentemente ai 4 appoggi (rincorsa corretta) c’è una fase di preparazione, che sarà diversa tra una situazione di cambio palla e una situazione di fase break. Se l’allenatore non lavora sulle fasi di preparazione questi 4 appoggi difficilmente poi verranno eseguiti correttamente. Dobbiamo quindi insegnare allo schiacciatore ricevitore a recuperare correttamente la posizione utile per poi fare i 4 appoggi della rincorsa partendo da qualsiasi situazione abbia ricevuto o qualora non avesse ricevuto. Anche nell’alto livello succede che abbiamo attaccanti che quando non ricevono fanno la fase di preparazione perfetta mentre non la fanno quando ricevono ad esempio dentro il campo o una palla corta, e poi questo li limita nel colpo d’attacco (es. attaccanti che quando ricevono poi attaccano solo lungolinea, ecc..) diventando più leggibili e marcabili per il muro avversario. E quindi se ho un attaccante che ad esempio quando riceve dentro il campo poi non sa tirare la diagonale, non dovrò lavorare tanto sul colpo d’attacco ma sulla fase inziale, preparatoria della rincorsa, perché è quella che se non eseguita correttamente, poi gli condiziona il colpo d’attacco.
Lo stesso ragionamento va fatto per i centrali. Il problema della pallavolo moderna per i centrali è che spesso non toccano palla. O sono molto bravi a muro, e quell’aspetto li lo agevola nell’essere protagonista della gara, oppure è un problema dal momento che le statistiche ci dicono che nella pallavolo maschile un attaccante che attacca molto attacca 2,5 palloni (Lisinac, Holt, ecc…), la maggior parte fanno 1 attacco a set, altri 0,8 attacchi in un set. In questa pallavolo dove la battuta è preponderante, i palloni da dare all’attaccante di primo tempo sono sempre meno. Ciononostante, sono anche gli stessi centrali che a volte non si mettono nelle condizioni per poter attaccare una ricezione da una range più ampio, es una palla che si stacca da rete di qualche metro. E questo succede perché la fase di preparazione all’attacco da parte del centrale lo penalizza bela rincorsa d’attacco. Se prendete le squadre USA difficilmente i loro centrali fanno delle preparazioni diverse uno dall’altro, sia quando partono da 4 che quando partono da 3. Hanno delle sequenza di preparazione alla rincorsa d’attacco standard, e questo li agevola in queste situazioni a prendere più facilmente il tempo d’attacco. E questo è ancora più importante insegnarlo ai nostri giovani atleti, nelle varie rotazioni. Anche sull’opposto dobbiamo lavorare riguardo la preparazione alla rincorsa; come si prepara l’opposto alla rincorsa quando è in P1? Va fuori dal campo? Sta dentro il campo? Va dietro? Come si prepara quando è in P6 o P5? Come si prepara in P4 oppure quando siamo in P2 e lui viene da lontanissimo? Sono tutte situazioni da analizzare insieme ai nostri giocatori a video in modo tale che le facciano correttamente. Ad esempio, ci sono squadre in cui l’opposto quando è in P4 ha una determinata efficienza e quando viene da P2 ha un’efficienza molto diversa. Questo accade perché non iniziano la rincorsa nello stesso modo. Tutte queste cose qui è importante che analizziamo e curiamo.
Tornando all’attacco da un punto di vista tecnico l’altro aspetto importante è di cosa fanno le braccia. La scuola USA ci ha insegnato un principio molto semplice vale dire che “semplice è meglio”. A volte nei nostri ragazzi e nel movimento delle loro braccia c’è qualcosa di non semplice. Ci sono dei movimenti in più, che loro aggiungono, spesso sono movimenti in avanti, che fanno sì prima di tutto che le braccia siano in ritardo nello spingere il corpo verso l’alto e poi sono in ritardo anche per il colpo d’attacco. Se riprendiamo il modello di Juantorena vediamo che non fa nessun movimento di oscillazione indietro delle braccia prima del movimento dello slancio per il salto. Quindi bisogna analizzare questa rincorsa nella sua globalità per vedere se ci sono dei movimenti superflui che dobbiamo evitare e correggere in modo tale che in futuro, quando un giocatore incomincerà a giocare palle veloci, il fare meno movimenti possibili sono una garanzia di poter arrivare ad arrivare prima ad attaccare in maniera efficacie questi tipi di attacchi. Generalmente nell’attacco da 4 l’angolo delle spalle dell’attaccante è verso zona 6 in modo da attaccare bene la diagonale lunga he rimane ancora un colpo molto efficiente e da quella posizione andrò in intrarotazione o extrarotazione per tirare diagonale stretta o lungolinea.
C’è poi la fase di caricamento del braccio: il braccio sinistro va a puntare la palla, il destro si carica per andare a soddisfare l’esigenza di tirare forte senza perdere l’altro concetto chiave che è il colpire alto. Per tirare forte devo ruotare il busto mentre carico il braccio, con la mano circa all’altezza dell’orecchio. Gli errori più frequento che posso commettere sono che mentre faccio il caricamento, anziché ruotare il busto inarco troppo indietro la schiena oppure che il gomito gira da dietro e incomincia a fare un movimento troppo lungo (rotazione del braccio) con la conseguenza che la palla scende e io anche se tiro forte non la colpisco alta ma bassa, e invece noi vogliamo che tiri alto.
Poi c’è il colpo sulla palla con il discorso sul controllo. Tutti i filmati e gli studi dimostrano che tutto quello che abbiamo sempre detto sul “fasciare” la palla, è un qualcosa di non riscontrabile. Questi studi dimostrano che il colpo d’attacco forte, quasi mai, viene portato con tutta la mano che avvolge la palla. E’ stato studiato che nel golf viene dato lo spin alla palla, ma senza che questa venga avvolta. La rotazione della palla è data da tante cose: dal tipo di superficie della palla, dalla capacità di deformazione della stessa, dalla sua pressione, dalla parte della mano con cui la colpisco. E questa cosa è facilmente riscontrabile quando c’è un cambio di pallone. Passando da un Mikasa ad un altro, c’è sempre qualcosa che cambia nello spin dopo un colpo d’attacco o di battuta. E’ difficile che il giocatore perda la manualità perché gli è cambiato il pallone e quindi è evidente che quello cha cambia è il pallone (pelle, ecc…). Queste piccole variazioni portano ad avere un controllo di palla diverso. Questo non significa che non dobbiamo allenare il controllo, ma che se vogliamo attaccare alto e forte, per aver un buon controllo della palla lo posso allenare solo in un modo: alto e forte. Non esiste nessuno studio che mi dice che se attacco piano, fasciando bene la palla, poi avrò maggior abilità nel colpire la palla forte. Devo imparare ad avere controllo della palla colpendola alta e forte. E siccome questo è un aspetto abbastanza difficile vuol dire che all’inizio i nostri ragazzi sbaglieranno tanto. Ma per imparare bisogna sbagliare. Se pensiamo che con i colpi morbidi prepariamo il colpo forte questo non è vero. Alla stessa maniera è possibile (e questo avviene anche in serie A) che ci siano giocatori molto bravi a tirare forte e molto meno bravi quando devono fare la palletta morbida. Anche nella battuta avviene così; chi batte bene forte spesso non è altrettanto bravo a fare la battuta corta. Questo perché sono due tecniche diverse. Un ottimo esercizio per insegnare ai giovani ad attaccare alto e forte è quello di posizionare una rete tipo tennis 2-3 metri prima della linea di fondo campo opposto e chiedere ai giocatori di attaccare facendo passare la palla sopra la rete da tennis ma dentro il campo. Questo ha un effetto importante (anche con atleti di serie A): gli permette di immaginare e poi descrivere mentalmente la traiettoria dell’attacco perché molti hanno l’idea che l’attacco sia quello di riscaldamento, chiuso il più possibile vicino ai 3 metri mentre in campo non succede questo, con la prima parte della traiettoria che va un pochino verso l’alto disegnando una parabola che poi andrà verso il basso. All’inizio si può fare anche con il ragazzo in piedi su una panca, sempre per stimolare la capacità di immaginare questa traiettoria; poi ovviamente l’esercizio andrà fatto completo con rincorsa, stacco e colpo d’attacco.
Un altro concetto importante è che per andare ad attaccare alto e forte una volta effettuato il salto, devo anticipare il colpo e le parole chiave che uso sono: “attacca la palla” o “attacca l’alzatore” il che significa che nelle situazioni in cui la palla mi viene da lontano (palla ricevuta verso zona 2) nel momento dello stacco devo avere l’idea di andare incontro alla palla e poi da li effettuare il colpo. Quando invece ho il palleggiatore posizionato vicino a me (ricezione verso zona 4) l’idea è di attaccare l’alzatore in modo tale che non mi trovi in ritardo perché aspetto la palla.
Nell’attacco dal centro qual è la distanza dal palleggiatore per l’attacco vicino al palleggiatore? Per portare un attacco efficiente è importante avere una buona distanza tra palleggiatore e attaccante in modo che l’alzatore non si trovi l’attaccante tra la palla e la rete e soprattutto in modo tale che non se lo trovi addosso. Per insegnarla ai ragazzini chiedo loro di prendersi per mano facendo mettere ad entrambi le braccia distese, e questa è la distanza che devono avere tra di loro. Questa distanza non è facile da ottenere in campo, soprattutto perché spesso la fase di preparazione dei centrali spesso non è corretta e li porta ad avere il secondo appoggio (sinistro) sulla riga dei 3 metri se non addirittura dentro; dopodichè anche un ragazzo non altissimo, già di 1,75 metri, non riesce più a rispettare quella distanza che noi chiediamo con il palleggiatore. Per avere la distanza corretta io devo costruire una routine di preparazione tale per cui l’appoggio sinistro venga appoggiato a terra non solo con il tempo giusto ma anche ben dietro i 3 metri in modo tale che quando faccio gli ultimi 2 appoggi (che devono essere i più grandi e i più veloci, destro - sinistro) sia in grado di mantenere la distanza corretta rispetto all’alzatore. Il palleggiatore deve aspettare il primo tempo con le spalle rivolte verso l’attaccante di primo tempo. Se invece le sue spalle sono già rivolte verso zona 4 il centrale tende ad infilarsi in quello spazio e a quel punto li non ci sono più le condizioni ottimali per giocare un primo tempo. Un’altra cosa importante per il palleggiatore è che si muova sotto rete sempre con il piede destro avanti rispetto al sinistro per lasciare lo spazio al centrale di infilarsi di fianco a me, cosa che se ho il piede sinistro avanti non riuscirà a fare.
Una cosa importante per i palleggiatori che riguarda l’attacco è che il palleggiare in controtempo è una cosa devastante perché aggiunge un altro tempo alla combinazione d’attacco
Un’altra rincorsa importante da studiare è quella dell’opposto o comunque quella dell’attacco in posto 2. E’ importante non uscire troppo dal campo e che dopo aver fatto l’appoggio, nel momento successivo al primo passo per allargarmi (spostamento laterale) poi devo portare il primo dei 4 appoggi (destro) in avanti, poi farò un appoggio di sinistro incrociato al destro in modo da iniziare impostare la rincorsa con una traiettoria tonda per fare in modo che gli ultimi due appoggi mi consentano di orientare le spalle verso zona 5-6, che io possa andare con il corpo ad attaccare il palleggiatore o la palla. Da quella posizione sarò molto facilitato nell’anticipare la palla per attaccare in diagonale o aspettarla un po’ e con un colpo extra ruotato attaccarla di parallela. L’errore a mio parere è quello di insegnargli a fare le rincorse completamente perpendicolari con le quali non c’è la possibilità di adattarsi; se la palla è perfetta non mi cambia niente ma se la palla fosse un po’ più corta o soprattutto più lunga non riuscirei più ad attaccarla. 
Per ora vi ho parlato di attacco in situazione di cambio palla. E l’ho fatto perché (e non è un’opinione mia ma ci sono studi che lo dicono) la fase cambio palla è quella più decisiva per la vittoria. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare gli attacchi che facciamo in contrattacco. L’idea è sempre quella di riprodurre la rincorsa d’attacco sempre nelle medesime situazioni. E quindi tutti i movimenti che devo fare quando scendo da muro o quando esco da una posizione di difesa, sono movimenti che io devo far studiare, standardizzare e ripetere ai giocatori in modo tale che poi questi si vadano a posizionare sempre nella stessa situazione in cui partivano quando facevano cambio palla. Queste fasi di transizione sono molto importanti perché succedono tante volte in una partita. Così come dobbiamo insegnare ai ragazzi cosa fare quando è impossibile ritornare alla situazione di partenza ottimale e quindi dovrò fare degli adattamenti se non riuscirò a fare la rincorsa completa, altrimenti andrò sempre in ritardo. Questo è molto usuale soprattutto per i centrali, che attaccano poco anche perché non fanno correttamente queste situazioni di transizione per poter attaccare. Siamo tutti abituati a guardare il momento finale del colpo, ma tutto quello che succede prima, compresi questi movimenti senza palla sono situazioni molto importanti perché determinano l’efficienza del colpo finale ed essendo l’attacco il fondamentale più importante per l’esito della mia partita vuol dire che questi aspetti sono decisivi per la vittoria.
C’è uno studio fatto su tutti i più grandi talenti degli sport americani che dice che l’unico aspetto che è comune a tutti questi è la capacità di immaginare. E questo, in una pallavolo che va sempre più veloce è molto importante. Quando si vedono giocatori che fanno determinati colpi che riescono solo a loro, non è detto che quella situazione l’abbia vista, ma sicuramente l’ha sentita, sono giocatori che “sentono”. E questa capacità di immaginare è importantissima anche nel sapere riconoscere le situazioni e questo ci permette di anticipare i colpi, di essere in anticipo rispetto alla situazione.  Con i miei giocatori, per stimolare l’abitudine a riconoscere chiedo sempre il perché di un colpo e se c’erano altre alternative; questo per stimolare in loro la capacità di riconoscere le situazioni e trovare delle soluzioni idonee a quella specifica situazione. Non dobbiamo rendere i giocatori dei robot perché se diciamo che la pallavolo è uno sport di situazione noi dobbiamo creare dei ragazzi che siano come dei computer con un archivio molto grande e per creare questo archivio dobbiamo insegnare a riconoscere le situazioni. Tante situazioni, in modo che lui inserisca tanti file e poi piano, piano, sarà lui nel momento che andrà ad attaccare prenderà il file più adatto per quella situazione specifica

sabato 2 maggio 2020

LE GRANDI NAZIONALI DELLA STORIA DEL VOLLEY: GLI STATI UNITI D'AMERICA DEGLI ANNI '80. Di Filippo Vagli




In ogni epoca e in ogni sport c’è stata una squadra, un atleta, un allenatore, che ha scritto pagine memorabili di quella specifica disciplina, segnandone per sempre la propria storia, dandogli una svolta, cambiandogli volto.
E’ stato così nel pugilato con Muhammad Ali, nel football con l’Olanda del “calcio totale” di Johan Cruijff, nel tennis con Rod Laver, nell’atletica leggera con Jesse Owens e nella pallavolo con la grande nazionale statunitense che per un intero quinquennio degli anni 80, e precisamente dal 1984 al 1988, non solo ha dominato le scene internazionali ma ha letteralmente cambiato i connotati della pallavolo mondiale, rivoltandola come un calzino e stravolgendola da ogni punto di vista.  
Dall’inizio delle manifestazioni internazionali del dopoguerra agli inizi degli anni ’80, la scena mondiale è dominata dalle squadre dell’Est: URSS, Cecoslovacchia, Germania Est, Giappone e Polonia si sono divise il gradino più alto del podio e da metà degli anni ’70 è l’Unione Sovietica di Platonov, uno dei grandi santoni della pallavolo mondiale, che la fa da padrone. Vjačeslav Platonov, nato a Puskin il 21 gennaio 1939, guida la nazionale maggiore sovietica dal 1977. Ha vinto l'oro ai Giochi olimpici di Mosca 1980, due mondiali consecutivi, in Italia nel 1978 e in Argentina nel 1982, tre campionati europei (1977, 1979, 1981) e due Coppe del Mondo (1977, 1981), allenando le proprie squadre attraverso il metodo dell’universalizzazione, un sistema grazie al quale ogni atleta veniva allenato a “saper fare tutto”. Ricevere, difendere, alzare, schiacciare ogni tipo di traiettoria e murare in ogni zona della rete. Questa metodologia, in quanto vincente, è stata copiata da tutti gli allenatori e utilizzata in maniera pressochè dogmatica in tutte le federazioni europee, Italia compresa.
Dall’altra parte dell’oceano, e precisamente negli Stati Uniti d’America, sta però nascendo in sordina un modo completamente diverso e rivoluzionario di fare pallavolo. Al termine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80, la pallavolo, pur essendo stata inventata proprio negli “States” nel 1895 dal Professor William Morgan, è sport ben poco conosciuto dalla maggior parte degli sportivi americani, che invece impazziscono letteralmente per il football americano, l’hockey su ghiaccio, il basket e il baseball, sport che a differenza del volley, hanno invece veri e propri campionati professionistici. La pallavolo negli Stati Uniti in quegli anni si gioca soprattutto in spiaggia, con il Beach Volley, mentre il volley indoor viene praticato essenzialmente nei colleges e principalmente in quelli californiani. Questo è uno dei motivi per cui la nazionale statunitense ha raggranellato modesti risultati a livello internazionale. Un nono posto alle Olimpiadi di Tokyo 1964 e un settimo posto nell’edizione successiva, quella svoltasi a Città del Messico. Analoghi risultati i pallavolisti statunitensi hanno raccolto nelle varie edizioni dei Campionati del Mondo, con un deludentissimo tredicesimo posto nella rassegna iridata di Argentina 1982.
E’ difficile poter pensare ad una repentina inversione di tendenza, ma in terra statunitense c’è un problema, anzi, ce ne sono due. Il primo è di ordine sportivo – culturale: il modo di intendere lo sport degli americani e degli anglosassoni in generale si basa su una narrazione epica, eroica, ma soprattutto sui concetti di competizione e del “riuscire”. In una società come quella statunitense, dove si compete dal primo all’ultimo giorno di vita, non è nemmeno ipotizzabile un risultato negativo alle Olimpiadi organizzate dalla propria nazione e nell’estate del 1984 saranno proprio di Stati Uniti d’America a ospitare a Los Angeles le XX Olimpiadi. Il secondo problema ha un’origine “politica”. Nel 1981 a Washington è stato eletto come 40° presidente della nazione Ronald Wilson Reagan che ha impostato la propria politica estera sulla sfida in tutti i campi all'Unione Sovietica, storico avversario della Guerra Fredda. E dal momento che a livello pallavolistico è l’Unione Sovietica che domina le scene, bisogna trovare un modo non solo per sfidarla, ma per batterla.  
La federazione USA si riunisce per analizzare il problema e per capire se esiste una strada per creare una nazionale di pallavolo competitiva. Non essendoci però negli States un campionato professionistico, la questione non è di facile soluzione. I Dirigenti Federali statunitensi sono però unanimi su un punto: il primo mattone su cui costruire la nuova casa deve essere quello di ingaggiare un coach di primo livello. La scelta cade su Doug Beal, professore universitario nato a Cleveland, nell'Ohio, il 4 marzo 1947, ex buon giocatore della nazionale a stelle e strisce che ha conseguito un master in Educazione presso la Bowling Green University, un Dottorato in fisiologia dell'esercizio alla Ohio State University e un Dottorato in Scienze Umane presso lo Springfield College. Beal ha idee molto chiare e per accettare l’incarico pone ai propri dirigenti una serie di condizioni, prima fra tutte quella inerente alla logistica. Impone alla federazione USA la costituzione di un centro tecnico di addestramento federale, che dovrà diventare sede fissa di collegiale dove i migliori atleti americani si alleneranno ai suoi ordini in maniera stabile e continuativa, dodici mesi all’anno. La richiesta viene accolta e la sede della struttura viene individuata inizialmente a Dayton, in Ohio, ma nel 1981 viene traferita in California, e precisamente a San Diego, considerato che la maggior parte degli atleti statunitensi di interesse nazionale, proviene e risiede in quello stato. Ai suoi ordini ci sono un manipolo di giovani pallavolisti i cui nomi sono sconosciuti al grande pubblico: Karch Kiraly, Aldis Berzins, Dusty Dvorak, Steve Timmons, Pat Powers, Craig Buck, sono solo alcuni di essi. Un gruppo di atleti che nel tempo si riveleranno veri e propri campioni e leader in grado di costruire uno dei team più vincenti della storia della pallavolo moderna
Il tecnico ha carta bianca dalla propria federazione, e in questo vero e proprio centro sperimentale ha modo di mettere alla prova e collaudare le sue idee assolutamente innovative per la pallavolo di quegli anni, che trasformeranno il modo di allenare e di giocare la pallavolo. Tra tutte le sue teorie, il concetto più innovativo è quello della “specializzazione nei ruoli”, in un epoca in cui in tutta Europa ci si allena e si gioca sulla base del concetto che “tutti devono saper fare tutto“. Questa nuova concezione, apparentemente di poco conto, cambierà faccia per sempre alla pallavolo da ogni punto di vista: metodologico, fisico, tecnico, tattico e motivazionale. Dal punto di vista metodologico la prima grande intuizione di Beal è stata quella di partire dall’essenza dello sport pallavolo, e considerato che il volley è uno sport di situazione, impronta il lavoro sul concetto di allenare sempre il più possibile in situazioni che ricalchino quelle di gioco. Accantona le classiche esercitazioni analitiche costituite da ore e ore di palleggio, bagher, e tutti gli altri fondamentali che venivano allenati singolarmente; tali esercitazioni rappresentavano il cuore dell’addestramento tecnico in tutti i sistemi di allenamento di quegli anni.
Sottopone i suoi atleti a due - tre sedute di allenamento giornaliero (in Italia in quell’epoca si lavorava con una sola seduta di allenamento giornaliera) e al fine di mantenere quei ritmi senza incorrere in infortuni, è convinto che i giocatori debbano essere super corazzati dal punto di vista fisico, ed inserisce quindi quotidianamente il lavoro in sala pesi. Un tipo di attività che fino a quell’epoca nessun tecnico aveva utilizzato con continuità, andando quindi a stravolgere tutti i protocolli di lavoro fisico adottati nella preparazione dei pallavolisti.
Dal punto di vista tecnico - tattico, ha in mente una vera e propria rivoluzione copernicana, un sistema di ricezione della battuta avversaria costituito da soli due uomini – i due schiacciatori di posto quattro – che si devono occupare di ricevere a tutto campo, sei rotazioni su sei. Per poter far questo ha bisogno di due vere e proprie macchine da ricezione. Una ce l’ha, e si chiama Aldis Berzins, universale di 188 centimetri, big della squadra di pallavolo della Ohio State University, ma ne deve trovare un’altra. Tra gli uomini da lui allenati c’è un ragazzo con un cognome non propriamente da yankee. Lui americano lo è, essendo nato a Jackson nel Minnesota nel 1960, ma non lo sono i suoi genitori, emigrati dall’Ungheria verso gli Stati Uniti nel 1956, durante la rivoluzione in atto nel proprio paese. Il ragazzo si chiama Karch Kiraly, e sentiremo a lungo parlare di lui. Karch proviene dall'University of California di Los Angeles, la famosa UCLA, con la quale ha vinto per 3 volte il titolo universitario tra il 1979 e il 1982, vincendo complessivamente 129 partite e perdendone solo 5. Nel suo college alterna i ruoli del palleggiatore e dello schiacciatore, ma Doug Beal individuando in lui il miglior uomo possibile da affiancare a Berzins, gli cambia definitivamente ruolo trasformandolo in schiacciatore-ricevitore. Kiraly non solo ricopre questo preziosissimo ruolo ma diventa il giocatore simbolo sia della nazionale USA che di un’intera generazione di pallavolisti. Atleta tenace, super competitivo ma altrettanto corretto con gli avversari sia in campo che fuori, Kiraly è  dotato di doti tecniche straordinarie sia nei fondamentali di seconda linea (ricezione e difesa) che in quelli di attacco dove i suoi 188 centimetri, una statura non proprio da gigante per un pallavolista, sono ampiamente compensati da grandi doti di salto, ma ancor più da una straordinaria manualità nell’esecuzione dei colpi d’attacco, che lo ha consacreranno come il miglior schiacciatore di tutti i tempi nella tecnica del mani e fuori contro il muro avversario.
Grazie alle capacità di Berzins e Kiraly nel fondamentale della ricezione il gioco studiato a tavolino da Beal e sperimentato in migliaia di ore di allenamento consente ai due centrali Buck e Timmons e ancor di più a Pat Power, attaccante potentissimo schierato come opposto, di concentrarsi esclusivamente sul mettere a terra i palloni forniti loro da Dusty Dvorak. Quest’ultimo è un palleggiatore non bellissimo da vedere a causa un tocco di palla piuttosto trattenuto, ma un vero e proprio computer dal punto di vista tattico, nonché alzatore di straordinaria precisione.
Altro elemento determinante nell’idea di sport e di pallavolo del tecnico di Cleveland è l’aspetto morale e motivazionale. Beal imposta la squadra sulla mentalità vincente, quella che prevede concetti quali il non mollare mai, il provarci sempre, e la riluttanza totale verso l’errore, elemento che l’atleta in allenamento ancora prima che in partita, non deve né tollerare né sopportare. La volontà, la tenacia, il combattere sempre, sono gli elementi che per Doug Beal fanno di un buon giocatore un campione e di una buona squadra un team vincente. Da un punto di vista di tecnica pallavolistica, non esiste miglior fondamentale che la difesa per incarnare questi concetti. Ecco che per il “Vangelo secondo Beal” non esiste nessuna palla impossibile da difendere. Bisogna provarci sempre, senza chiedersi se quella palla è difendibile o meno. Per novantanove volte la palla cadrà a terra, ma arriverà la centesima volta in cui quella palla sarà difesa e sarà proprio grazie a quella palla tenuta in gioco che la squadra potrò ricostruire il punto della vittoria.
Oltre che con il lavoro in palestra, Doug vuole trovare un'altra modalità per fare assimilare questi concetti ai suoi uomini, perché dentro di sé è convinto che più di ogni altro aspetto, sia proprio quella la chiave per fare della propria squadra il team più forte di tutti. Durante i suoi studi in fisiologia ha imparato che, più della fatica fisica, quello che fa crollare gli individui, sportivi compresi, è l’aspetto psichico, che può essere facilmente indebolito a causa di difficoltà esterne, incertezza del successo o mancanza di autostima. E visto che il cervello è un muscolo, il professore lo vuol allenare. E tanto per cambiare si inventa qualcosa di mai visto fino ad allora. E’ convinto che portare il gruppo in alta montagna, in un ambiente costituito da neve, temperature di meno venti gradi centigradi, con a disposizione solo zaini, tende e qualche scatoletta con cui cibarsi, sia il modo migliore per stimolare e introiettare una serie di concetti per lui fondamentali quali il mai rinunciare alla lotta, mai pensare di avere fatto tutto il possibile, mai arrendersi, avere sempre la convinzione che grazie all’agire e fare, alla fine le cose andranno bene. Porta quindi il suo team per due settimane sulle Montagne Rocciose, le spettacolari catene montuose situate nella parte occidentale del Nord America, tra gli Stati Uniti d'America e il Canada. Non gli regala una gita premio, ma li obbliga ad un vero e proprio periodo di sopravvivenza estrema, spogliandoli da tutti i confort e dagli agi quotidiani con l’intento di metterli alla prova sfidando sé stessi e i propri limiti, al fine di far emergere la loro forza di volontà, il loro coraggio e la loro tenacia. E questa esperienza, rappresenterà la ciliegina sulla torta del suo progetto, un ulteriore e decisivo elemento in grado di forgiare non solo grandi campioni, ma anche di cementare e rendere granitico il gruppo.
Doug Beal infine, introduce un altro elemento di assoluta novità, l’uso sistematico delle statistiche. Lo mutua dalle altre federazioni professionistiche americane, in primis football americano, basket e baseball, che già da alcuni anni utilizzano il supporto statistico. Ma ancor prima che per lo studio degli avversari, partendo dall’esigenza di decretare dei parametri oggettivi su cui valutare la prestazione dei singoli atleti e dell’intera squadra, utilizza i dati statistici per la crescita costante della qualità del suo team, creando nel gruppo ulteriori stimoli motivazionali sia individuali che di gruppo.  
La squadra oltre che allenarsi gioca una serie di incontri amichevoli in cui fa intravedere che grazie alle metodologie apportate dal suo rivoluzionario allenatore è in grado di mettere in campo una pallavolo di primissimo livello. Vincere i giochi olimpici pare ai più un’impresa impossibile ma lui, il professor Doug Beal, quelle olimpiadi le vincerà. Porta con sè nel villaggio olimpico il gruppo di fedelissimi atleti che gli oltre due anni di durissimo lavoro nelle palestre della California e i ventiquattro successi consecutivi, sia pure in gare amichevoli, hanno forgiato e reso consapevoli della propria forza. Dusty Dvorak, Dave Saunders, Steve Salmons, Paul Sunderland, Rich Duwelius, Steve Timmons, Craig Buck, Marc Waldie, Chris Marlowe, Aldis Berzins, Pat Powers, e Karch Kiraly sono i dodici yankee a disposizione del tecnico per la competizione olimpica. Il sestetto base prevede Dvorak in regia, Powers, uno spilungone stravagante e strafottente a martellare da ogni zona del campo, Karch Kiraly e Aldis Berzins a sostenere l’asse ricezione – difesa, nonché da efficacissimi attaccanti di posto quattro, Timmons e il gigante Buck al centro della rete, come vere e proprie saracinesche nel fondamentale del muro e straordinari attaccanti di primo tempo. Per il suo modello di pallavolo ogni giocatore non deve saper far bene tutto, ma deve però essere il migliore in una cosa. Un solo obiettivo, ma su quello dovrà essere il numero uno.  
I giochi della XXIII Olimpiade vengono boicottati da tutte le nazioni appartenenti al blocco sovietico come ripicca al boicottaggio americano alle precedenti Olimpiadi di Mosca ’80. Il torneo di pallavolo perde quindi alcune delle principali squadre nazionali e soprattutto quella dell’URSS, grande dominatrice delle scene internazionali, risultando leggermente sminuito in termini di valori tecnici assoluti. Tutti danno il Brasile come squadra da battere ma Doug Beal e i suoi dodici scudieri sono certi che saranno loro a mettersi al collo la medaglia d’oro al termine del torneo. Gli americani esordiscono il 29 luglio nel migliore dei modi, superando con un convincente 3-1 la nazionale argentina e bissano il successo, questa volta per 3-0, soltanto quarantottore dopo contro la modesta Tunisia. La terza gara del girone gli USA la giocano contro la Corea del Sud di Kim Ho Chul e anche da questa gara escono vittoriosi per 3-0. Ma il 6 agosto arriva la doccia fredda. I brasiliani guidati da Xando con un sestetto stellare che comprende campioni del calibro di Montanaro, Wiliam Da Silva e Renan Dal Zotto annientano Kiraly e compagni con un netto 3-0, vincendo l’ultimo set addirittura per 15-2. A causa di quella dura e cocente sconfitta gli americani chiudono il girone al secondo posto, ma grazie agli insegnamenti impartiti loro da Doug Beal, alle migliaia di ore di lavoro in palestra, alle settimane passate sulle Montagne Rocciose, sanno che non bisogna arrendersi mai.  Sono consapevoli non solo di potercela fare ma soprattutto di essere i più forti.
La semifinale li vede di fronte alla nazionale canadese, e non c’è storia. Troppo forti gli uomini di Beal che chiudono i conti con i nord americani con un netto 3-0 regalandosi non solo la possibilità di giocarsi la medaglia d’oro, ma di vendicare l’umiliazione subita solo qualche giorno prima ad opera proprio dei fortissimi verdeoro brasiliani. Il tecnico e la squadra preparano la partita alla perfezione mettendo in mostra sul parquet della “Long Beach Arena” una prestazione perfetta in tutti i fondamentali. Quella finale non ha storia. Kiraly, l’atleta più giovane della squadra gioca una partita mostruosa e il Brasile viene sconfitto in soli tre set: 15-6, 15-6, 15-7. Per la prima volta la nazionale statunitense è campione olimpica di pallavolo. La medaglia d’oro di Los Angeles ’84 è per gli uomini di Doug Beal.  
Nel 1985 Doug Beal, in cerca di nuovi stimoli e di nuove sfide, si dimette dall’incarico di Head Coach della squadra nazionale e viene eletto dalla propria federazione Direttore tecnico e organizzativo del National Team Center e quindi dell’intero movimento pallavolistico statunitense. Ogni maestro ha sempre un allievo prediletto, e nel caso di Doug questi risponde al nome di Marvin Alex Dunphy, un allenatore di pallavolo che dopo essersi laureato alla Pepperdine University, aver conseguito un master presso la University of Southern California e completato il dottorato alla Brigham Young University si è affermato come Volleyball Coach alla Pepperdine University, conquistando ben cinque campionati NCAA Division. Doug gli offre la panchina della nazionale campione olimpica, consegnandogli anche l’onore e l’onere di sfidare e battere ai mondiali di Parigi ’86, il colosso sovietico che da oltre dieci anni sta dominando il mondo.
Il successo nel torneo olimpico ha infuso al gruppo ulteriore fiducia e autostima e il nuovo coach Dunpy, dimostrando modestia e saggezza, non modifica nulla dei vincenti sistemi ideati da Beal. Con la nuova conduzione tecnica la nazionale statunitense vince a mani basse la World Cup 1985 in Giappone con sette successi su sette gare disputate, rifilando un 3-2 all’Unione Sovietica al termine di una delle più belle e combattute partite della storia della pallavolo mondiale con i parziali di 11-15, 19-17, 15-9, 9-15, 15-12. Questo successo contro la squadra dell’URSS ha un doppio valore dal momento che l’assenza di questi ultimi alle Olimpiadi di Los Angeles aveva leggermente annacquato il successo del team statunitense.
I Mondiali di Francia ’86 sono alle porte e gli Stati Uniti si presentano a questo appuntamento in programma dal 25 settembre al 2 ottobre con una squadra leggermente rinnovata. I dodici convocati da Dunphy sono Dusty Dvorak, David Saunders, Steven Salmons, Robert Ctvrtlik, Doug Partie, Steve Timmons, Craig Buck, Jeff Stork, Eric Sato, Patrick Powers e Karch Kiraly . Lo zoccolo duro del gruppo campione olimpico è rimasto intatto ed è stato integrato con l’innesto di un nuovo alzatore, Jeff Stork, del centrale Doug Partie e di un formidabile schiacciatore - ricevitore con un cognome, Ctvrtlik, decisamente difficile da pronunciare. Questa volta però i sovietici ci sono, e hanno una gran voglia di ristabilire le gerarchie mondiali a loro vantaggio.
Gli USA iniziano la massima manifestazione mondiale nel migliore dei modi mietendo un successo dietro l’altro: Giappone (3-1), Grecia (3-0), Argentina (3-0), mettendo in cascina la qualificazione alla fase successiva nella quale vengono abbinati alle più forti nazionali al mondo: Unione Sovietica, Cuba, Argentina, Polonia e Giappone. Kiraly e compagni “rullano” nel vero senso della parola sia Polonia (3-0) che Cuba (3-1). La terza gara del girone, in programma il giorno 1 ottobre è quella che prevede lo scontro con i  nemici sovietici, squadra che, esattamente come quella statunitense, fino a quel giorno non ha sbagliato un colpo. Chi vince si classifica al primo posto nel girone e incontrerà la Bulgaria in semifinale. A spuntarla è l’URSS, con un 3-1 abbastanza netto (15-10, 15-9, 9-15, 15-12). L’impressione è quella che, ancora una volta, saranno i maestri dell’Est Europeo a consacrarsi come i più forti del mondo. Gli unici a non pensarla così sono i dodici yankee agli ordini di Dunphy. Loro non solo sanno di essere i migliori, ma sono certi che quel campionato mondiale lo vinceranno loro. 
Le due semifinali, URSS – Bulgaria e USA – Brasile si giocano il 3 ottobre e non hanno storia, concludendosi entrambe per 3-0 a favore di URSS e USA, troppo superiori rispetto agli avversari. La finale è prevista quarantottore dopo, il 5 ottobre all’Omnisport Arena di Parigi-Bercy, avveniristico e polifunzionale impianto inaugurato soltanto due anni prima, ed è una partita che resterà per sempre nella storia della pallavolo mondiale. Gennadiy Parshin, tecnico che nel 1985 ha sostituito Platanov sulla panchina della nazionale sovietica, schiera una squadra zeppa di veri e propri fuoriclasse: Zaitsev, Savin, Pančenko, Antonov, Selivanov, Schurichin, Losev, Sorokolet, Beleveich, Vilde, Sapega e Runov sono i dodici che la compongono. La squadra parte in quarta, aggiudicandosi il primo set per 15-12 e portandosi in vantaggio per 1-0. Ma nella testa degli americani è fortissima la voglia di dimostrare che la medaglia d’oro conquistata due anni prima alle Olimpiadi di Los Angeles non sia frutto dell’assenza dei sovietici, e con una reazione straordinaria si aggiudicano i tre successivi parziali per 15-11, 15-8 e 15-12. Gli Stati Uniti sono per la prima volta campioni del mondo, strappando dalle mani dell’orso sovietico lo scettro che deteneva da otto anni.
L’appetito vien mangiando e la possibilità di bissare il successo olimpico del 1984 non è lontana dal momento che nel 1988 in Corea del Sud, e precisamente a Seul, è prevista la XXIV edizione dei Giochi Olimpici. Un’edizione che verrà ricordata come quella della “riconciliazione”, dal momento che tutte le nazioni tornano finalmente a competere dopo che le due edizioni sono andate in scena in formato ridotto a causa del boicottaggio americano e sovietico. Coach Dunphy guida un gruppo di giocatori composto da Troy Tanner, Dave Saunders, Jon Root, Bob Ctvrtlik, Doug Partie, Steve Timmons, Craig Buck, Scott Fortune, Ricci Luyties, Jeff Stork, Eric Sato, e l’inossidabile, sua maestà, Karch Kiraly. Il sestetto base è leggermente rinnovato e vede la presenza di Jeff Stork che ha preso il posto in regia di Dusty Dvorak. Stork, nato a Longview nel 1960 è un ex “beacher” mancino ed è l’alzatore con cui Dunphy ha vinto più di un titolo alla Pepperdine University. Possiede un’incredibile velocità di uscita della palla dalle mani ed inoltre, sfruttando sia i suoi centonovanta centimetri che una particolare abilità nel fondamentale dell’attacco, è in grado di colpire direttamente da secondo tocco come il migliore degli schiacciatori ogni palla gli arrivi dalla propria ricezione alta e vicino a rete, complicando e non di poco la vita ai muri e alle difese avversarie. Kiraly e Bob Ctvrtlik sono gli schiacciatori - ricevitori, perfetti in ricezione e difesa ed efficacissimi in prima linea con i loro colpi d’attacco portati prevalentemente non verso terra ma sulle mani del muro avversario, e il veterano Craig Buck compone la linea dei centrali assieme al ventiseienne Doug Partie. Nel ruolo di opposto, lasciato libero dall’addio alla nazionale di Pat Powers, Dunphy con un’intuizione geniale si è inventato l’ex centrale Steve Timmons che si è dimostrato attaccante di valore mondiale valorizzato al massimo dalle traiettorie d’alzata super veloci del palleggiatore Jeff Stork.
Gli USA sono inseriti in un girone che prevede la presenza di Argentina, Francia, Olanda, Tunisia e Giappone, in cui ottengono cinque vittorie su altrettanti incontri giocati, palesando qualche difficoltà solo contro l’ottima nazionale argentina del duo Waldo Kantor – Hugo Conte, gara in cui riesce a prevalere solo dopo cinque combattutissimi set (11-15, 11-15, 15-4, 17-15, 15-7), rimontando da due set a zero. Chiude quindi al primo posto il girone e, ancora una volta, sarà la nazionale brasiliana con cui si era sfidata a Los Angeles per la medagli d’oro a contenderli il pass per la finale. La gara è letteralmente a senso unico. Il primo set si chiude con un 15-3 a favore del team di Dunphy che annichilisce i frastornati verdeoro. Anche il secondo e il terzo set non hanno storia: 15-5 e 15-11 sono i due parziali con cui gli statunitensi liquidano la pratica Brasile. Leggermente più combattuta l’altra semifinale che vede di fronte all’Unione Sovietica un’ottima argentina. L’URSS si aggiudica la contesa per 3-0 (15-11, 17-15, 15-8 i parziali) ma i sudamericani, giocando una pallavolo velocissima magistralmente orchestrata dal folletto Valdo Kantor, nel primo e ancor di più nel secondo set (terminato ai vantaggi) danno filo da torcere agli uomini di Paršin.
La sera del 2 ottobre 1988 va quindi in scena l’atto conclusivo di questa grande manifestazione. E a sfidarsi, proprio come nella finale di Parigi 1986, saranno proprio USA e URSS. In casa sovietica quello che viene all’unanimità considerato il centrale più forte di tutti i tempi, il monumentale Alexander Savin, ha dato addio alla nazionale, ma Jurij Pancenko, Andrej Kuznetov, Vjaceslav Zajtev, Igor Runov, Vladimir Skurichin, Eugenij Krasilnikov, Raimond Vilde, Valerij Losev, Jurij Sapega, Aleksandr Sorokolet, Jaroslav Antonov, Youri  Tcherednik, guidati in panchina dal CT Gennadij Parsin, rappresentano una squadra comunque fortissima. Il sestetto prevede Zajtev in palleggio, saltuariamente sostituito dal secondo affidabilissimo alzatore Valerij Losev e il sia potente che tecnico mancino Jaroslav Antonov schierato come opposto, in grado di attaccare con traiettorie imprevedibili, cliente scomodissimo anche per i migliori muri e per le più attente difese.  Raimond Vilde e Igor' Runov sono due centrali dal grande muro mentre il poco appariscente ma efficientissimo Jurij Pancenko forma con Aleksandr Sorokolet, atleta di classe sopraffina e dotato di una grande varietà di colpi d’attacco, una solidissima coppia di schiacciatori di posto quattro. In panchina pronti a subentrare gli esperti Vladimir Škurichin, Jurij Tcherednik, e due talentuosi giovani provenienti dalla nazionale juniores, Andrej Kuznetov e Jurij Sapega. Una vera e propria corazzata, difficilissima da abbattere.
Ma l’esito finale del torneo di pallavolo maschile dei giochi della XXIV Olimpiade, si rivela sostanzialmente una replica della finale del Campionato del Mondo di due anni prima a Parigi. Lo squadrone sovietico conquista il primo set per 15-13 ma poi lascia campo alla nazionale “a stelle e strisce” che con tre set perfetti (15-10, 15-4 e 15-8) non solo conquista il secondo oro olimpico della sua storia ma completa quel quinquennio vincente che la consacrerà come una delle squadre che hanno fatto la storia della pallavolo mondiale.  
Al termine dei giochi asiatici tutti gli atleti più rappresentativi di quel magnifico team decidono di dare addio alla maglia della propria nazionale, andando in cerca di gloria e dollari nei campionati d’oltreoceano. La maggior parte di essi migra in direzione del continente europeo e principalmente verso l’Italia, nazione in cui in quegli anni si gioca il campionato più bello e più ricco del mondo. Dvorak e Stork si danno il cambio al timone della Maxicono Parma conquistando scudetti e manifestazioni internazionali per club, Pat Powers sceglie la strada della di Torino andando a giocare nella Bistefani del Professor Silvano Prandi mentre Karch Kiraly e Steve Timmons se ne vanno in riva all’adriatico nell’incantevole Ravenna alla corte del D.S. Giuseppe Brusi e del patron Raul Gardini. A Milano in casa Mediolanum arriva non solo lo schiacciatore Bob Ctvrtlik ma niente po’ po’ di meno che il santone della panchina, quel Doug Beal da cui tutto ebbe inizio. Il centralone Craig Buck transita prima a Spoleto per poi arrivare a Padova, così come per l’altro centrale, quel Doug Partie che a Modena conquisterà una Coppa Italia, uno scudetto e una Coppa dei Campioni. Senza poi dimenticare altri grandi atleti statunitensi, anch’essi facenti parte di quella generazione di fenomeni, quali Aldis Berzins, Dave Saunders, Jon Root, Scott Fortune, transitati per i parquet dei nostri palazzi dello sport.  
Tutti uomini che con la loro preparazione, tecnica e personalità hanno contribuito non solo ad ingrassare le bacheche delle nostre principali squadre di club ma anche e soprattutto a far crescere l’intero movimento italiano e a favorire quel processo di espansione e ascesa che negli anni ’80 ha rappresentato la pietra angolare per i grandi successi nei seguenti anni ’90 della nazionale azzurra targata Julio Velasco.   


Filippo Vagli