IL CUORE OLTRE L'OSTACOLO: L'ANALISI DEL CAMMINO AZZURRO TRA SFIDE E FUTURO
Di Filippo Vagli Il sipario su questo Europeo si era alzato in una cornice che aveva trasceso il semplice evento sportivo, trasformandosi...
giovedì 9 ottobre 2025
giovedì 31 luglio 2025
Gli eroi sottorete. KARCH KIRALY. Leadership e tecnica: l'eredità del Re del volley per le nuove generazioni
Di Filippo Vagli
Tra i miti senza tempo della pallavolo, uno splende con una luce unica: Karch Kiraly, l’unico atleta al mondo a conquistare l’oro olimpico sia nell’indoor che nel beach volley.
giovedì 17 luglio 2025
mercoledì 16 luglio 2025
Gli eroi sottorete. DOUG BEAL: il pioniere della rivoluzione tecnica e mentale nella pallavolo mondiale
Di Filippo Vagli
Doug Beal è una figura leggendaria che ha rivoluzionato la pallavolo mondiale a metà degli anni '80, cambiando per sempre il volto di questo sport.
martedì 15 luglio 2025
domenica 13 luglio 2025
Gli eroi sotto rete. ALEXANDR SAVIN: il gigante del volley sovietico che ha fatto la storia
Di Filippo Vagli
Aleksandr Borisovič Savin, nato il 1° luglio 1957 a Taganrog, rappresenta una delle figure più emblematiche nella storia della pallavolo
venerdì 11 luglio 2025
giovedì 10 luglio 2025
lunedì 12 maggio 2025
Julio Velasco riceve la laurea magistrale honoris causa in Psicologia dall’Università di Trieste
L’Università di Trieste ha oggi conferito a Julio Velasco la laurea magistrale honoris causa in Psicologia, riconoscendo il suo contributo innovativo nell’integrazione dei principi psicologici nella formazione, nella gestione dei gruppi e nella cultura della prestazione sportiva.
giovedì 23 gennaio 2025
Televisione: Julio Velasco protagonista su Sky Sport con Federico Buffa - Volleyball.it
lunedì 15 luglio 2024
lunedì 7 agosto 2023
Volley Story: Gianfranco Briani racconta di quando l’Italia organizzava un doppio Europeo per battere almeno una nazionale dell’Est
Dopo 52 anni l’Italia ospita ancora ambedue le rassegne continentali seniores femminile e maschile. Gianfranco Briani storico deus ex machina del grande volley italiano, racconta quell’organizzazione un po’ avventurosa, ma che apri le porte all’esplosione della macchina organizzativa della pallavolo di casa nostra, iniziative he contribuirono fortemente e ancora contribuiscono alla popolarità della nostra disciplina.
“La pallavolo ‘made in Italy’, quella del 1971, era davvero indietro rispetto ai paesi dell’Est così come al Brasile, Argentina, Giappone, Cina Cuba. L’Italia era di fatto ‘tagliata fuori’ dall’élite pallavolistica internazionale. – racconta l’allora Segretario Generale della Federazione Italiana Pallavolo – Così ci inventammo, nel femminile, la ‘Coppa Primavera’, un torneo tra tutti i Paesi dell’Europa occidentale. E lì le sfide delle azzurre non avevano un finale scontato. Era la maniera per provare a far crescere il livello delle nostre schiacciatrici. Giancarlo Giannozzi, l’allora Presidente Federale, era nel contempo anche presidente della Cev e con la sua spinta il movimento pallavolistico occidentale ha provato a colmare il distacco con le formazioni dell’Est che da sempre surclassavano ogni avversario del Sud d’Europa.
Nel 1971, con la doppia organizzazione dei Campionati Europei, la Fipav ha tentato a lanciare la sua sfida su entrambi i fronti nel mese di settembre. Era chiaro a tutti che l’Italia non sarebbe potuta salire sul podio (arrivò ottava in entrambi i tornei) ma era altresì chiaro che avevamo iniziato un percorso di crescita. Decisi a trovare la strada del successo, la Fipav ha scelto di organizzare il doppio evento. Fu la prima volta in Europa che un solo Paese ospitava una doppia competizione continentale di pallavolo. Finì con la vittoria dell’Urss su entrambi i fronti e le formazioni del blocco dell’Est si aggiudicarono gli altri gradini del podio. Ma avevamo ‘battuto un colpo’, messo le basi per la promozione del nostro sport in Italia riempiendo i palazzetti dello sport con una disciplina reputata ‘nuova’ anche se nuova non lo era. L’obiettivo della qualificazione alle Olimpiadi del ’72 era lontanissimo, praticamente irraggiungibile ma quello dei Giochi di Montreal rappresentava un sogno da fare ad occhi aperti con la consapevolezza che se le cose fossero andate per il giusto verso avremmo potuto dire la nostra, almeno in campo maschile. E così, in effetti, fu.
Nel 1971 il nostro obiettivo era quello di vincere almeno una volta con una formazione del blocco dell’Est ma tra i maschi (a Gorizia e Bologna) perdemmo con la Polonia (bronzo europeo) e la Romania mentre tra le donne l’esito fu identico sempre contro la Polonia e la Romania.
Quando, con il Presidente Giancarlo Giannozzi andammo a dire al Presidente del Coni, Giulio Onesti, che avremmo organizzato un doppio Campionato Europeo di pallavolo in Italia lui ci diede dei ‘lungimiranti’ chiedendoci se eravamo ‘certi e capaci’ di gestire pubblico, tecnici e atleti. Alla risposta affermativa rispose con garbo e serietà augurandoci ‘buon lavoro’. Conservo ancora la sua lettera di complimenti da estendere all’intero movimento pallavolistico del ’71”.
(Fonte: ivolleymagazine.it)
venerdì 19 marzo 2021
L’epopea italiana di Julio Velasco. Dall’argentina a Jesi, ai 4 scudetti Modenesi fino alla nazionale dei fenomeni. By Filippo Vagli
Questa è la narrazione
di una delle più belle storie sportive italiane. Ha origini che si snodano fra Buenos
Aires, Jesi, Bologna e Modena, città apparentemente slegate tra loro ma in
realtà tenute insieme da unico filo conduttore: un pallone da pallavolo.
Siamo nell’estate
del 1985. In Italia fa caldo e la persone non vedono l’ora di andare al mare a
fare il bagno dopo un inverno che sarà ricordato come quello della terribile
ondata di gelo abbattutasi sull'Italia. Nel gennaio italiano si sono infatti toccate
punte di -24 gradi, con storiche nevicate che hanno depositato un manto nevoso alto
fino a 55 centimetri, toccando anche città come Cagliari che fino a quel giorno
avevano avuto ben poco a che fare con i fiocchi bianchi provenienti dal cielo.
E’ l’anno in cui
a Ovest Michael Jackson e la fondazione USA For Africa registrano il singolo We
Are the World, mentre ad Est Mosca elegge segretario del PCUS Michail Gorbačëv.
E’ anche l’anno
di alcune tragedie sportive. Quella di Bradford, dove l’undici maggio scoppia
un drammatico incendio nel settore G dello stadio Valley Parade durante una
gara tra i padroni di casa e il Lincoln City. Il tragico bilancio finale
reciterà 56 morti e 265 feriti. E quella di Bruxelles, dove il 29 maggio si
disputa la finale di Coppa dei Campioni, tra la Juventus di Platini e i
campioni inglesi del Liverpool. Prima dell'incontro, gravi tafferugli tra le
opposte tifoserie provocano la morte di 39 persone, di cui 32 italiane, e il
ferimento di altre 600. L'evento verrà ricordato come la strage dell'Heysel.
Due città
italiane invece, sportivamente parlando, sono al settimo cielo. Si tratta di
Verona che vince il suo primo e storico scudetto nel calcio e di Bologna che lo
scudetto lo vince sotto rete.
Ma facciamo un
passo indietro nel tempo e trasferiamoci dall’altra parte dell’Oceano, e
precisamente in Argentina dove, a 60 chilometri dalla capitale Buenos Aires,
c’è La Plata, città con ottocentomila abitanti circa, caratterizzata dalle
numerose "diagonali", strade ad intersezione diagonale su un
tracciato di vie che si intersecano ad angolo retto. E di “diagonali” pallavolistiche
diventerà esperto il protagonista di questa storia, che proprio a La Plata
nasce agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso.
Un giovanotto
che seguendo le orme della mamma insegnante sogna di fare il professore e
invece, un po’ per caso, diventa allenatore di pallavolo. Ma prima di diventare
allenatore, Julio, questo è il suo nome di battesimo, gioca a pallavolo.
E’ un buon
giocatore. Vince il premio di miglior pallavolista juniores argentino e con la
propria squadra di club arriva fino alla serie A. Diventa seniores, si iscrive
all’università, facoltà di filosofia, dove diventa attivista politico del
movimento studentesco. Gioca ancora per un anno e poi decide di dedicare tutto
il suo tempo allo studio della filosofia e alla passione politica.
Gli anni ’70 del
secolo scorso sono però anni duri nel paese sudamericano per chi non è
allineato alla politica del governo. Ma più che di governo, dobbiamo parlare di
un vero e proprio regime che, con il terribile colpo di stato militare messo in
atto la notte del 24 marzo 1976 destituisce la presidentessa Isabel Martínez de
Perón instaurando una ferrea dittatura che durerà ben sette anni. Jorge Rafael
Videla, generale dell’esercito, ne è a capo e verrà ricordato per una lunghissima
serie di gravissime violazioni dei diritti umani e per vari crimini contro
l'umanità, tra i quali l'assassinio e la tortura di 30.000 persone.
Il collante del
regime è l'avversione verso le forze democratiche della nazione, considerate
nemici del nuovo stato, che si esprime con una vera e propria caccia alle
streghe verso chiunque non manifesti appoggio alla dittatura. Per questo motivo
Julio, dopo cinque anni di studio e a pochi esami dal dalla laurea si vede
costretto, per motivi di sicurezza, ad abbandonare non solo l’università ma
anche la propria città. Scappa a Buenos Aires dove per mantenersi incomincia ad
allenare una squadra di pallavolo, oltrechè a svolgere altri lavori tra cui
quello di addetto in un’impresa di pulizie.
Muove i suoi
primi passi da Coach in una squadra di serie C per poi diventare allenatore del
settore giovanile di un importante club della capitale argentina. Allenare non
solo gli piace ma gli riesce particolarmente bene. Decide allora di dare una
svolta alla propria vita. Abbandona definitivamente gli studi in filosofia e si
butta anima e corpo sullo studio dell’Educazione Fisica. Si laurea e nello
stesso tempo cresce come allenatore. Con il Ferro Carril Oeste di Buenos Aires vince
quattro campionati argentini consecutivi tra il 1979 e il 1982, anno nel quale
è anche il vice allenatore della propria nazionale, terza classificata ai
campionati mondiali giocati in casa.
Ma torniamo in
Italia, e trasferiamoci a Jesi, la seconda tappa di questo nostro viaggio per il
mondo. Quarantamila abitanti in provincia di Ancona e un passato importante,
visto che nel XII secolo è la capitale della Respublica Aesina. Il presente è costituito
da un gradevolissimo centro storico circondato da una cinta muraria del XV
secolo pressoché intatta.
In questa
graziosa cittadina marchigiana il 12 aprile 1955 nasce un altro dei
protagonisti di questa storia. Si chiama Giuseppe Cormio e alla fine degli anni
’70 del secolo scorso svolge contemporaneamente tre professioni: agente di una multinazionale
assicurativa, giornalista ed esperto pubblicitario. Tutto questo mantenendo
viva la sua grande passione: la pallavolo.
Beppe è infatti un
buon palleggiatore. Con la squadra di Jesi parte dalla serie C, e nel giro di
qualche sale prima in serie B e poi in serie A2. Una volta approdato alla serie
A, Giuseppe interrompe l’attività agonistica e diventa direttore sportivo della
squadra stessa. Siamo negli anni ’80, e precisamente nel 1982.
Cormio deve
scegliere un paio di giocatori stranieri per potenziare la sua squadra. E’
appena terminato il mondiale in argentina, vetrina che ha messo in mostra un
buon numero di giovani talenti sudamericani, molti di cui diventeranno negli
anni a venire campioni straordinari come Daniel Castellani, Hugo Conte, Jon Uriarte,
Carlos Wagenpfeil e Waldo Kantor, solo per citarne alcuni. Cormio individua in Wagenpfeil,
universale d’attacco e Kantor, funambolico palleggiatore, i due acquisti per la
sua ambiziosa Jesi. Allestisce un sestetto di tutto rispetto a cui manca un
tassello fondamentale, quello dell’allenatore.
Cormio è
convinto che l’allenatore debba costituire la pietra angolare su cui costruire
una squadra, e che non sia per nulla conveniente allestire squadre con forti
giocatori e poi affidarle a tecnici dilettanti. Ma in Italia è uno dei pochi a
pensarla così. La realtà del bel paese di quegli anni evidenzia che l’unico
allenatore a tempo pieno è Silvano Prandi, tecnico della Kappa Torino, che può
dedicarsi a tempo pieno alla pallavolo grazie al distacco ottenuto dalla scuola
nella quale insegna Educazione Fisica. Lo stesso Claudio Piazza, bravissimo allenatore
della Santal Parma campione d’Italia svolge un'altra attività professionale
oltre che allenare il club ducale. Cormio cerca quindi sul mercato un
allenatore professionista. La cosa non è di semplice risoluzione considerato
che non dispone di un budget importante e quindi non può offrirgli un contratto
particolarmente allettante dal punto di vista economico.
I due nuovi
acquisiti argentini fanno il nome di un giovane loro connazionale, un tecnico emergente,
che hanno avuto come secondo allenatore in nazionale. Quell’allenatore è Julio,
l’ex studente di filosofia e attivista politico. Quello nato a La Plata, che di
cognome fa Velasco. Cormio riesce a convincerlo ad imbarcarsi sul primo aereo
in partenza per l’Italia e dopo avergli parlato lo ingaggia, con un contratto da
sei mila dollari all’anno. I soldi messi sul tavolo non rappresentano
certamente un piatto particolarmente prelibato ma Velasco ha voglia di fare
un’esperienza all’estero, convinto di tornare in patria qualche anno dopo
arricchito da un’ importante esperienza umana e professionale fatta all’estero.
Velasco ha un
buon impatto con la pallavolo italiana. La squadra ottiene buoni risultati che
gli consentono di rimanere sulla panchina di Jesi due stagioni. La società
marchigiana, pur contenta del suo operato, si vede però costretta a non
rinnovargli il contratto a causa abbandono della sponsorizzazione “Tre Valli”. Julio
non ha altre proposte di lavoro e pensa ad un ritorno anticipato in patria
quando inaspettatamente gli arriva la chiamata di un nostro club di serie A1.
La telefonata non giunge da un club qualsiasi, tutt’altro.
Ma non
anticipiamo troppo i tempi e trasferiamoci nella terza tappa della nostra storia.
Dalla piccola Jesi, risalendo lo stivale, giungiamo a Bologna, la Dotta. Siamo
nell’estate del 1985 e la bologna pallavolista è in festa per un finale di
stagione incredibile. I Playoff scudetto hanno decretato che a sfidarsi per la
conquista del tricolore saranno la super favorita Panini Modena e l’outsider Mapier
Bologna.
Modena, dove lo
scudetto manca dalla stagione 1975/76, ha affidato al tecnico Andrea Nannini una
vera e propria corazzata. Pupo Dall’Olio, il miglior palleggiatore italiano
dell’epoca, è in cabina di regia e opposto a lui, a randellare da ogni zona del
campo, c’è lo straordinario martello argentino, Raul Quiroga. Attaccanti di
posto quattro sono il più forte schiacciatore italiano, “mano di pietra” Franco
Bertoli e l’esperto Mauro Di Bernardo, nazionale italiano, e giocatore di grande
classe. Al centro della rete c’è l’esperto Giancarlo Dametto, fenomenale a muro,
affiancato dal golden boy della pallavolo italiana, Andrea “Lucky” Lucchetta. In
panchina, a scalpitare per trovare un posto da titolare, c’è un giovane schiacciatore
di Cavriago, quel Luca Cantagalli che diventerà un’icona della nostra
pallavolo. Un super sestetto allestito con un solo obiettivo: vincere.
A Bologna il
tecnico Nerio Zanetti ha fatto invece le cose in “economia”, costruendo il suo
gioiellino attorno al martello italo - canadese Stelio De Rocco e al geniale
palleggiatore Marco Venturi, estroso mancino dalle mani d’oro già a Sassuolo e a
Modena. Angelo Squeo, Leo Carretti e Antonio Babini sono gli altri punti di
forza del sestetto felsineo. Sulla carta non c’è partita ma, come si suol dire,
la palla è rotonda e alla fine sarà proprio la Mapier Bologna a prevalere. I bolognesi
sono campioni d’Italia per la terza volta, dopo i due precedenti titoli conquistati
dall’allora Virtus Pallavolo Bologna nelle stagioni 1965/66 e 1966/67.
E se Bologna
ride, Modena, la quarta e ultima tappa del nostro viaggio pallavolistico,
piange. La città della Ghirlandina, è famosa nel mondo per la Ferrari, la
Lamborghini, le tigelle e per la sua squadra di pallavolo che, grazie alla
passione dei fratelli Panini e alla competenza del Professor Anderlini, vero e
proprio pioniere di questa disciplina, hanno nel corso degli anni costruito un
impero nel mondo del Volley. La sconfitta con Bologna, assolutamente inattesa, è
una vera e propria mazzata sia per la società gialloblu che per l’intera città.
Ed è talmente dolorosa da costare la panchina al tecnico Andrea Nannini, una
bandiera della pallavolo italiana dell’epoca.
Gli emiliani si
buttano quindi alla ricerca di un nuovo tecnico. I nomi che si fanno sono quelli
dei più altisonanti allenatori italiani e stranieri. Ma come spesso accade in
questi casi, la scelta dei dirigenti modenesi stupisce tutti. Con una vera e
propria scommessa Modena decide di affidare la panchina ad un allenatore
proveniente dalla serie A2 e precisamente da Jesi: Julio Velasco.
Già la stagione
precedente i modenesi avevano tastato il polso al tecnico argentino per affidargli
il ruolo di vice Nannini, ottenendo dallo stesso un secco rifiuto. Rifiuto che
aveva in qualche modo colpito la dirigenza modenese dal momento che nessuno
prima di allora si era permesso di rifiutare la panchina di Modena, nemmeno
come secondo allenatore. E chissà se fu proprio quella dimostrazione di
carattere e di personalità a convincere la dirigenza modenese ad affidare la
panchina al giovane tecnico argentino. Questa volta però non più come vice
allenatore ma come Head Coach.
Velasco accetta
l’incarico. Si trasferisce in Emilia con un solo anno di contratto, insieme ad
un altro allenatore di Jesi, Paolo Giardinieri, che diventa non solo il suo
scoutman, ma uno dei suoi uomini di fiducia, che lo seguirà per buona parte
della sua lunga carriera.
A Velasco viene
consegnata la stessa squadra dell’anno precedente. Trova alcuni giocatori che
segneranno la storia del volley italiano e mondiale nel decennio seguente quali
Luca Cantagalli, Lorenzo Bernardi e Andrea Lucchetta, oltre agli esperti Pupo
Dall’Olio e Franco Bertoli considerato lo schiacciatore italiano più forte del
momento. L’organico comprende anche i due formidabili “gauchos” Esteban
Martinez e Raul Quiroga e ottimi giocatori quali il centralone Dametto, l’universale
Di Bernardo, il secondo palleggiatore Sacchetti e il giovane Andrea
Ghiretti.
IL tecnico
argentino arriva a Modena con la stessa forza con cui uno tsunami travolge e
distrugge tutto ciò che trova davanti a sé. Imposta una strategia di totale rottura
con il passato sia riguardo la gestione del gruppo squadra che i sistemi di
allenamento, imponendo sedute durissime sia dal punto di vista fisico che
mentale che portano la squadra allo sfinimento tutti i giorni. Le ore di
allenamento quotidiano vengono praticamente raddoppiate.
La squadra subisce
qualche inevitabile contraccolpo dal momento che si trova a dover metabolizzare
questo grande cambiamento metodologico e accusa pertanto qualche passo falso. Poi,
settimana per settimana, mese per mese, consapevolizzando i tangibili miglioramenti
che questo tipo di lavoro stava producendo sia a livello individuale che di
squadra, il gruppo accetta e accoglie le innovazioni del suo nuovo tecnico. Nella
seconda parte della stagione cambia marcia e torna a giocarsi lo scudetto
contro Bologna. Questa volta però con un risultato completamente diverso
rispetto a quello di dodici mesi precedenti, con i gialloblu che vinceranno lo
scudetto in sole tre, seppur combattute, partite.
Modena torna ad
essere campione d’Italia dopo ben dieci anni e Velasco diventa il re della città.
Nella stagione
seguente alla truppa si è aggiunto Fabio Vullo. Palleggiatore proveniente da
Torino che prende il posto di Pupo Dall’Olio. Modena ha deciso di sacrificare
il Pupo nazionale investendo su questo giovane alzatore toscano ritenuto da
tutti il prototipo del palleggiatore moderno: alto, forte a muro, dal palleggio
pulito e dall’ottima visione di gioco. Il tutto unito ad uno stile di leadership
piuttosto marcato.
Un innesto che pone
i modenesi come una vera e propria schiacciasassi. Ma la doccia fredda è dietro
l’angolo. A poche settimane dall’inizio della stagione la federazione argentina,
per rendere maggiormente competitivo il proprio campionato, decide di chiudere
le frontiere, impedendo ai giocatori di interesse nazionale di poter
espatriare. Esteban Martinez e Raul Quiroga, due importanti punti di forza del
sestetto gialloblu non potranno quindi essere della partita. A Modena vengono
offerti buoni giocatori ma nessun campione vero e a quel punto Velasco compie una scelta che
spiazza tutti: la Panini giocherà la stagione ‘86/’87 senza stranieri. Li sostituirà
con due giovani: Lorenzo Bernardi, diciottenne acquistato come palleggiatore
del futuro ma trasformato in schiacciatore ricevitore e Andrea Ghiretti, classe
1964, universale d’attacco.
La dirigenza
modenese appoggia la scelta del tecnico argentino e la squadra si presenta ai blocchi
di partenza con Vullo in palleggio e Bertoli opposto, Andrea Lucchetta e il
forte e giovane martello Luca Cantagalli al centro della rete, mentre a
ricevere e schiacciare da posto quattro saranno Lorenzo “Lollo” Bernardi e
Andrea Ghiretti. Al termine della regular season Modena è seconda con 17
vittorie e 5 sconfitte dietro alla Santal che nel frattempo ha fatto sedere in
panchina Gian Paolo Montali, subentrato a stagione in corso al Professor Alexander
Skiba.
I Play off per i
modenesi iniziano con lo scoglio Enermix Milano, una buona squadra guidata in
panchina dall’esperto Coach Edelstein che schiera atleti del calibro dello
statunitense Berzins, del nazionale italiano MIlocco, della giovane promessa
Claudio Galli, e dell’esperto Lazzeroni in palleggio. Solo con un tiratissimo
3-1 alla terza partita, gli uomini di Velasco eliminano i meneghini, accedendo
quindi alle semifinali dove li aspetta il Kutiba Falconara di Marco Paolini,
squadra rivelazione della regular season. Saranno necessarie cinque tiratissime
ai modenesi partite per eliminare i biancoverdi che, con Pippi Lombardi in
palleggio, il compianto Badiali opposto, Andrea Anastasi e Nilsson in banda e
Tillie e Masciarelli al centro, venderanno più che cara la pelle.
Ad attenderli in
finale c’è la Santal Parma che, partita dopo partita, è cresciuta sempre di più
ed ha eliminato la Tartarini Bologna in una semifinale di quattro partite.
Finale che si rivelerà combattutissima dal momento che ci vorranno cinque gare
per decretare la squadra campione d’Italia. Nella quinta sfida, quella decisiva
per l’assegnazione del titolo, i ducali devono fare a meno del palleggiatore
titolare, il transalpino Alain Fabiani, infortunatosi e sostituito per altro
più che egregiamente, dal vice Giulio Belletti.
Modena espugna
il PalaRaschi con un 3-0 frutto di una pallavolo praticamente perfetta.
Velasco vince
anche questa scommessa ed è nuovamente Campione d’Italia.
Le successive
due stagioni, 87/88 e 88/89 sanciranno l’egemonia di Modena e di Parma, dal
momento che saranno sempre queste due squadre a giocarsi il titolo.
Nell’estate del
1987 Modena recupera Raul Quiroga tornato dall’Argentina ma un tremendo
infortunio ad un occhio arresta definitivamente la carriera di Andrea Ghiretti,
il giovane attaccante parmigiano di nascita che l’anno precedente è stato una
delle rivelazioni più importanti della squadra modenese e di tutta la nostra
serie A1. Sarà un testa a testa tra Modena e Parma, che nel frattempo ha
acquistato il carismatico palleggiatore della nazionale USA, Dusty Dvorak. Alla
fine, saranno i gialloblu modenesi a spuntarla grazie ad un super sestetto composto
da Vullo e Quiroga opposti, Cantagalli e Lucchetta al centro, Bernardi e Franco
Bertoli schiacciatori.
La stagione
88/89 vede Parma sostituire lo svedese Gustafsson con lo spettacolare nazionale
brasiliano Renan Dal Zotto. Modena da par suo ingaggia il centrale USA Partie,
giocatore poco appariscente ma regolare in attacco e granitico nel fondamentale
del muro, consentendo così a Cantagalli di poter tornare a randellare dal posto
quattro, il suo ruolo naturale. Quiroga, nel frattempo si è trasferito a
Montichiari e Velasco lo ha sostituito con il poliedrico e talentuoso Lollo Bernardi,
sistemato nel ruolo di opposto a Vullo. L’assetto di squadra prevede inoltre Lucchetta
e Partie al centro con Cantagalli e l’esperto Bertoli, sempre più uomo d’ordine,
in posto quattro.
La finale è sempre
contro Parma, esattamente come nei due anni precedenti. Ma questa volta non è
necessario arrivare alla quinta partita dal momento che Modena la spunta in
sole quattro partite, con un netto 3-0 in gara 4 al PalaPanini che non ammette
repliche.
E’ il quarto
scudetto consecutivo dei Velasco sulla panchina modenese.
Al termine di
quella stagione, dopo i quattro scudetti vinti sotto la Ghirlandina Velasco
accetta la proposta della Federazione Italiana Pallavolo diventando allenatore
della nazionale italiana di pallavolo.
Per lui, che
viene da quattro titoli italiani consecutivi vinti il rischio di bruciarsi è notevole,
dal momento che in quegli anni la nazionale italiana di pallavolo si colloca
nella seconda fascia del ranking mondiale. Al mondiale del ‘86 siamo undicesimi
e alle Olimpiadi del 1988, a cui partecipiamo solo grazie al boicottaggio di
Cuba, siamo solo noni sulle dodici nazionali partecipanti.
Julio vuole
cambiare la storia pallavolistica del nostro paese ed è convinto che ci siano
le possibilità farlo. Il terreno su cui lavorare è fertile dal momento che a
livello individuale la qualità dei giocatori c’è. La conditio sine qua non è però legata
a quanto i giovani talenti di cui dispone la nostra pallavolo sono disposti a
dare per arrivare ad essere una grande squadra.
Per ottenere
queste risposte, ancor prima di diramare le prime convocazioni, chiede ai
dirigenti federali di sondare gli atleti da lui individuati, chiedendo loro disponibilità
incondizionata al suo progetto. Nessuno dovrà parlare di premi, di alberghi, di
vacanze, di titolari e riserve, ma soltanto offrire la propria adesione
incondizionata al progetto, dal momento che nessuno può permettersi di snobbare
la nazionale.
Chi è d’accordo
è dentro, chi non lo è resta fuori. Non verrà nemmeno convocato in modo tale da
non dover fornire alcun tipo di giustificazione alla sua rinuncia all’azzurro.
Sarà Velasco stesso ad assumersi la mancata convocazione di qualche “big”.
Cosa che
puntualmente avviene con la prima convocazione dove farà scalpore l’assenza di
Fabio Vullo, da tutti considerato il miglior palleggiatore italiano, e la contestuale
presenza di un giovane alzatore marchigiano, Paolo Tofoli, atleta di Padova con
cui non ha mai vinto nulla, a differenza di Vullo che scudetti ne ha vinti a
ripetizione. Ma per Velasco, in nazionale c’è posto solo per chi si rende
disponibile in maniera totale alla causa e per chi dimostra di essere il
migliore per l’impegno, il carattere, e per voler combattere su ogni pallone, e
non per il cognome che porta.
Al primo
incontro con la squadra Julio comunica le sue intenzioni, che risultano essere
di standard particolarmente elevato. La nazionale italiana dovrà infatti diventare
una tra le quattro squadre più forti del mondo nel giro di due anni e una tra
le migliori due in quattro anni. Per centrare questi obiettivi la sua strategia
è quella di disputare il maggior numero possibile di partite internazionali contro
squadre di primo livello. Questo per misurarsi costantemente con i migliori
giocatori del mondo. Atleti che dovranno diventare i modelli a cui i nostri
atleti dovranno tendere ed uniformarsi.
E’ finito il
tempo di spiegare le sconfitte con motivi esterni alla squadra. Se si perde è
perché si gioca peggio degli altri. Stop alla cultura degli alibi.
Infine, un
sostanziale stravolgimento dei premi. Nessun premio per piazzamenti fuori dalla
zona medaglie e un premio cospicuo solo in caso di vittoria.
Julio ripropone
in maglia azzurra quello che aveva già fatto a Modena, vale a dire un grande
cambiamento sia a livello di mentalità che riguardo al lavoro in palestra. Si passa
da un sistema di lavoro piuttosto generico, con allenamenti improntati alla
tecnica analitica, individuale, ad un sistema innovativo, globale, basato su situazioni
di gioco reali, esercitazioni a punteggio, continua richiesta di grande
agonismo e sistemi di gioco innovativi come quello dei due ricevitori, sulla
falsa riga del modello statunitense.
Ci sono alle
porte le qualificazioni per l’Europeo e il tempo per prepararle è pochissimo. Non
c’è tempo per fare esperimenti. Velasco, con scelte nette, decide allora quello
che sarà il suo sestetto base. Parla con chi titolare non sarà, prospettandogli
un’estate fatta di duro lavoro e di poco spazio in campo. Chi è d’accordo bene,
chi non lo è resta a casa ed entra un altro. Potrà anche trattarsi di un atleta
meno forte, ma soddisfatto del ruolo pensato per lui.
Quella del 1989 sarà
un’estate massacrante. Trasferimenti in ogni angolo del mondo per giocare il
maggior numero possibile di partite con grande valore tecnico e per forgiare un
gruppo fatto di atleti che, senza mai lamentarsi di nulla, dovevano essere
pronti a qualsiasi tipo di sacrificio pur di arrivare all’obiettivo che si sono
dati.
Si va
all’Europeo di Stoccolma con Tofoli titolare al palleggio e De Giorgi sua
riserva, Zorzi opposto, Bernardi e Cantagalli martelli titolari con Anastasi,
Bracci e Margutti riserve. Gardini e Andrea Lucchetta sono i due centrali e
Masciarelli è il loro primo cambio con Gilberto Passani jolly d’attacco pronto
a subentrare in qualsiasi momento sia al centro della rete che in zona due.
La nazionale
italiana arriva in semifinale vincendo il proprio girone davanti alla nazionale
svedese. Semifinale nella quale rifila un netto 3-0 all’Olanda, una delle
grandi favorite al titolo. In finale ritroverà i padroni di casa della Svezia
che, guidati da uno straripante Bengt Gustafsson, hanno eliminato a sorpresa la
grande nazionale sovietica. Nella finale in programma il 1° ottobre a Stoccolma
la nazionale di Velasco trionfa con un netto 3-1. E' il primo oro della
pallavolo italiana in una manifestazione internazionale di primo piano.
Da quel momento
inizia la grande epopea di questa straordinaria nazionale, che verrà denominata
la generazione di fenomeni. Squadra che con Velasco in panchina, tra il 1989 e
il 1996, conquisterà la bellezza di 2 Campionati mondiali, 3 Campionati
europei, 5 World League, 1 Grand Champions Cup, 1 World Top Four, 1 Coppa del
Mondo e 1 World Super Challenge
Rispetto alla squadra
campione d’Europa a Stoccolma nel corso degli anni entreranno a far parte del
gruppo altri grandissimi giocatori, che hanno fatto la storia della pallavolo
italiana, quali Andrea Giani, Samuele Papi, Claudio Galli, Pasquale Gravina, il
compianto Vigor Bovolenta, Marco Martinelli, Michele Pasinato e tanti altri
ancora.
La Plata, Jesi,
Bologna, Modena. Quattro città e quattro tappe senza le quali il destino della
pallavolo italiana probabilmente non sarebbe stato lo stesso.
Parlare di Julio
Velasco come un’icona della pallavolo riguardo ai suoi successi è infatti
qualcosa di assolutamente riduttivo. Julio ha fatto ben di più. Ha consacrato la
pallavolo come sport nazionale.
Prima di
Stoccolma, l’attenzione dei media italiani nei confronti della pallavolo non
era particolarmente elevata. Ma da quell’1 ottobre 1989, le schiacciate di
Zorzi, Bernardi e Cantagalli, i palleggi di Tofoli, i primi tempi di Gardini e
i muri di Lucchetta sono entrati prepotentemente nelle case di tutti gli
italiani avvicinando il grande pubblico alla pallavolo e trasformandola in
pochi anni in uno tra gli sport più praticati e più seguiti d’Italia. Un merito
che, con ogni probabilità, conta ben di più dei tanti trofei vinti.
martedì 27 ottobre 2020
LA FAVOLA DEL GRANDE CUS TORINO. Di Filippo Vagli
Alla fine
degli anni 70 Torino è una città ferita. Alle ore 13,55 del 16 novembre del
1977, il giornalista e scrittore Carlo Casalegno mentre sta facendo ritorno a
casa, viene raggiunto da quattro colpi di pistola sparati in pieno volto da un
gruppo appartenente alla colonna torinese delle Brigate Rosse. La sua colpa,
pubblicare articoli dal contenuto ostile alla lotta armata che in quegli anni
insanguinava il nostro paese. Casalegno, pur avendo subito gravissime lesioni non muore subito. Morirà tredici
giorni dopo, Il 29 novembre del 1977.
La Torino di
quegli anni sta vivendo l’immenso fenomeno dell’immigrazione di massa dal sud
della penisola. La Fiat, la grande industria automobilistica della famiglia
Agnelli diventata tale negli anni del boom economico italiano, quelli compresi
tra gli anni cinquanta e sessanta, richiama nella città piemontese migliaia e
migliaia di persone tra operai ed impiegati. Il capoluogo piemontese è il
simbolo della lotta di classe attraverso i suoi due estremi. L’immensa
imprenditoria piemontese, che si ritrova per il thé nei salotti borghesi del
centro e a pochi chilometri di distanza, nelle periferie torinesi, gli operai,
le tute blu. Migliaia di immigrati da ogni parte d’Italia che vivono in edifici
fatiscenti, ubicati in strade spesso prive delle opere di urbanizzazione
primaria. Quartieri dormitorio in cui le persone si incrociano soltanto nell’andare
e nel tornare dalla grande fabbrica.
Torino è una
città in grande fermento. Lo è anche dal punto di vista sportivo. In città ci
sono due squadre di calcio: la Juventus, la squadra dei “padroni” e il Torino,
la squadra del “popolo”. Entrambe sono ai vertici del calcio italiano. Sono gli
anni di Zoff, Cabrini e Pablito Rossi così come gli ultimi squilli di tromba
del “poeta” Claudio Sala e dei “gemelli del gol” Pulici e Graziani. Ma oltre al
calcio c’è un altro fenomeno sportivo che sta iniziando a far parlare di sé in
città. La squadra di pallavolo, il Cus Torino Volley.
La società, fondata
nel 1952, a metà degli anni ’60 approda nella serie cadetta. Vi rimane fino al
1972, anno in cui ottiene la promozione in serie A. La stagione 1972/73 è
quella che vede per la prima volta la squadra giocare nella massima serie. E’ allenata
da Franco Leone e schiera una rosa composta da Candia, Centalla, Fasson,
Forlani A., Forlani G., Gatti, Gioia, Martorano, Pellissero, Piola,
Scaccabarozzi, Cholov, Testori, Tori e un giovanissimo Gianni Lanfranco. Lanfranco
è un ragazzo torinese di sedici anni che ha iniziato a praticare sport giocando
come portiere nelle giovanili del Torino. Negli anni del liceo il professore di
educazione fisica lo “arruola” per la squadra di volley, sport verso il quale
Lanfranco possiede un vero e proprio talento. Per lui bagher, alzate,
schiacciate e muri sono veri e propri talenti che la natura gli ha donato.
Lanfranco li esegue con grande naturalezza e senza alcuna fatica. Tutto questo,
congiuntamente a doti di salto fuori dal comune lo convincono a traslocare
verso il volley. Diventerà un giocatore universale. Prima un palleggiatore con
spiccate doti anche di schiacciatore e poi un centrale, uno dei centrali più
forti al mondo, di fatto un’icona, l’idolo della pallavolo italiana degli anni
Settanta e Ottanta.
Nella stagione 1972/73
sono Ruini Firenze, Panini Modena e Lubiam Bologna a contendersi lo scudetto. Torino
fatica a stare a quei livelli e chiude la stagione al terzultimo posto con otto
punti frutto di quattro partite vinte e ben diciotto perse. Teoricamente
sarebbe retrocessione ma l’allargamento a 14 squadre della serie A deciso dalla
Federazione, ripesca tutte le retrocesse e quindi il Cus Torino è salvo.
Nella stagione
successiva Torino inserisce nella rosa un paio di giocatori di ottimo livello.
Diego Borgna, classe 1953, posto quattro di grande sostanza, ma soprattutto un
palleggiatore che ha fatto la storia della volley, il bulgaro Dimitar Karov
regista della Bulgaria quarta alle olimpiadi di Monaco 72. L’intelligenza
tattica e la sapienti mani del bulgaro alzano il livello qualitativo della
squadra, che si classifica al quinto posto finale con 32 punti.
Ma è nell’anno
successivo, stagione 1974/75, che il Cus Torino cresce in maniera esponenziale
e sfiora la conquista dello scudetto. In un epoca in cui ancora non esistevano
i playoff si classifica seconda, con solo due punti in meno dell’Ariccia Roma
di Renato Ammannito che può schierare un sestetto composto da Mario Mattioli in
cabina di regia, dal lungagnone Di Coste opposto, da Salemme e Coletti centrali
ed infine dalla coppia Nencini - Kirk Kilgour, lo statunitense volante, a
schiacciare da posto quattro.
Torino ci prende
gusto e la stagione successiva, 1975/76, regala al Cus la novità dello sponsor “Klippan”, che porta una ventata d’ossigeno nelle casse della
società piemontese. L’ex tecnico - factotum Franco Leone, che a Torino è un
istituzione della pallavolo, prende posto dietro la scrivania più importante
della società e fa accomodare in panchina il bulgaro Karov, utilizzandolo nel
doppio ruolo di allenatore – giocatore. Per irrobustire il reparto degli schiacciatori
scippa la Panini Modena di uno dei giocatori più forti d’Italia, l’esperto e
pluriscudettato Andrea Nannini, 31 anni, di ruolo universale e straordinario ricevitore.
Sarà proprio una lotta testa a testa tra Torino e Modena, il leitmotiv
dell’intera stagione. Le due compagini concludono la stagione a pari punti e
servirà uno spareggio al PalaLido di Milano per assegnare il titolo di Campione
d’Italia. Saranno i modenesi, che schierano un 4-2 con Dall’Olio e Morandi in
cabina di regia, Skorek e Montorsi centrali con grandi doti di attaccanti (Skorek
attacca anche dalla seconda linea, rarità assoluta per la pallavolo di quegli
anni) e Sibani e Giovenzana schierati nel ruolo di schiacciatori, ad avere la
meglio con un 3-0 senza storia (15-12, 15-12, 15-5 i parziali)
I dirigenti di
Torino sono convinti che l’epoca Karov stia volgendo al termine e per sostituirlo
si rivolgono ad un esperto palleggiatore cecoslovacco, il fuoriclasse Jiri
Svoboda, già campione d’Italia con la Pallavolo Parma nella stagione 1968/69 .
Karov non gradisce la scelta e prepara le valigie, liberando oltre che il posto
in regia anche quello di allenatore. Franco Leone , senza esitazione alcuna, fa
accomodare in panchina un giovane tecnico, Silvano Prandi, di San Benedetto
Belbo, che nel 1972 aveva terminato la carriera di atleta proprio nel Cus
Torino. Un’intuizione che risulterà geniale dal momento che il “professore” (il
soprannome che contraddistinguerà la carriera di Silvano Prandi) verrà
consacrato alla storia come uno dei tecnici più vincenti e apprezzati della
pallavolo non solo italiana ma mondiale. Prandi imposta una squadra giovane, consapevole
che nel medio - lungo termine potrà diventare di primo livello. Perde Andrea
Nannini che si trasferisce al Gonzaga Milano di Walter Rapetti ma questo non lo
demoralizza, anzi. Sempre più convinto che la politica migliore sia quella di
puntare sui giovani porta in prima squadra due giovani talenti “autoctoni”, il
palleggiatore - attaccante Piero Rebaudengo, antesignano del target del
palleggiatore moderno e Giancarlo Dametto, centrale dotato di uno spiccato
talento naturale nel fondamentale del muro. Due atleti che nei rispettivi ruoli,
diventeranno giocatori di levatura mondiale.
L’era Prandi si
apre con un onorevole quarto posto, in una stagione che laureerà campione
d’Italia la Federlazio Roma di Mario Mattioli. Nella stagione successiva, 1977/78,
i piemontesi scaleranno un’ulteriore posizione chiudendo al terzo posto dietro
a Roma e alla Paoletti Catania neo campione d’Italia.
Dopo due anni di
rodaggio, nella stagione 1978/79, Prandi può presentare ai nastri di partenza una
squadra che oltre al talento ha acquisito l’esperienza necessaria per
affrontare da protagonista la nostra serie A. Conferma l’intera rosa di atleti
in cui spicca sempre di più un giovane schiacciatore friulano, Franco Bertoli, acquistato nel corso
dell’estate 1977 dalla Dermatrophine Padova, che grazie alla potenza delle sue
schiacciate verrà soprannominato “mano di pietra”. Prandi, oltre che ad essere
un rinomato insegnante di pallavolo, è anche un eminente studioso di tecniche e
metodologie di allenamento e di gioco. E proprio studiando i migliori, vale a
dire i mostri sovietici, che in quegli anni stanno dominando la scena mondiale,
capisce che in quella pallavolo che ancora si gioca con il cambio palla, due
fondamentali ancor più degli altri potevano diventare decisivi: la battuta e il
muro. Saranno proprio le battute potenti e precise (Franco Bertoli sarà tra i
primi a sdoganare la battuta in salto) e i muri granitici dei piemontesi a
mettere il cappio al collo al cambio palla delle squadre avversarie. La Klippan
schiera un 4-2 di grande sostanza con Rebaudengo e Gianni Lanfranco a smistare
il traffico e ad attaccare come veri e propri martelli, Pilotti e Dametto
centrali in stile sovietico dal muro invalicabile e in posto quattro due
schiacciatori che si completano l’un l’altro: Bertoli martello di palla alta
devastante e Borgna uomo d’ordine e di equilibrio. La squadra cresce partita
dopo partita e al termine di una cavalcata straordinaria, prima affianca Modena
e poi nell’ultima giornata in un PalaRuffini gremito da oltre settemila tifosi
la supera, schiantandola con un 3-0 senza storia che lascerà ai canarini
guidati dal Prof. Guidetti la miseria di 18 punti complessivi. Per la prima
volta Torino può festeggiare uno scudetto anche nella pallavolo.
La stagione successiva, 1979/80, è
trionfale. Torino, oltre che confermarsi campione d’Italia con sei punti di
vantaggio sulla Paoletti Catania, riesce a conquistare anche il trofeo continentale
più ambito, la Coppa dei Campioni. E’ la prima squadra dell’Europa dell’Ovest
ad aggiudicarsi il titolo di Campione d’Europa, riuscendo a battere nella
Finale di Ankara, i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava con un netto
3-0.
L’estate del 1980 ha un sapore
agrodolce per i piemontesi. Da un lato l’arrivo di un nuovo e ricco sponsor,
Robedikappa, importante marchio torinese. Dall’altro, il “golden boy” della pallavolo italiana Gianni
Lanfranco, che nel frattempo ha cambiato ruolo diventando uno dei centrali più
forti del mondo, passa alla ricca Santal Parma. Il patron Callisto Tanzi
gli ha offerto non solo un principesco contratto ma anche il ruolo di
testimonial della squadra emiliana. Franco Leone non può dar nulla per trattenerlo a Torino ma riesce a sostituirlo
con un altro totem della pallavolo europea, il bulgaro Dimitar Zlatanov.
Il centralone dell’est europeo, alto, potente ed esperto, ha appena vinto la
medaglia d’argento alle Olimpiadi di Mosca e non fa rimpiangere il Gianni
nazionale. Prandi da buon stratega ha modificato il modulo di gioco passando
alla formula del palleggiatore unico, Rebaudengo e inserendo l’universale
Pilotti nel ruolo di opposto. Zlatanov e Dametto sono le due saracinesche al
centro della rete, mentre Bertoli e Borgna continuano ad essere la coppia di
martelli più efficace della nostra serie A. La squadra si laurea Campione
d’Italia con quattro giornate di anticipo vincendo tutte le ventidue gare in
programma perdendo soltanto sette set nell’intero campionato. Un vero e proprio
rullo compressore. Le cose non vanno altrettanto bene in Europa. Il sorteggio
dei quarti di finale non è benevolo per i piemontesi che nell’urna pescano i
fortissimi sovietici del CSKA Mosca di Savin, Moliboga e Pancenko, che si
aggiudicano entrambe le gare di andata e ritorno eliminando gli uomini di
Prandi.
La stagione 1981/82 porta con sé una novità
rivoluzionaria per la pallavolo italiana: l’introduzione dei playoff scudetto,
e dopo due scudetti consecutivi la Robedikappa dovrà lasciare strada ad una
grandissima Santal Parma. I parmensi, guidati dal funambolico Kim Ho Chul in
cabina di regia, si classificano al secondo posto in regular season ma nei play
off sciorinano le loro migliori prestazioni stagionali, eliminando prima il
Latte Cigno Chieti e poi la Panini Modena. La gara due della semifinale tra
Panini e Santal rimarrà storica per il 3-0 a tavolino a favore degli emiliani
(sul campo la vittoria era andata a Modena per 3-1) a causa dell’infortunio
occorso al palleggiatore Kim Ho Chul, ferito al viso da una monetina lanciata
in campo da un tifoso modenese durante l’incontro stesso. Gara 1 e gara 2 della
finale si chiudono entrambe 3-0 per la squadra di casa e si va quindi a gara 3,
dove gli uomini di mister Claudio Piazza si impongono con un perentorio 3-1
davanti a dodicimila persone che gremiscono gli spalti del Palazzo della Vela
di Torino. Nemmeno l’Europa sorride a Rebaudengo. Dopo aver eliminato gli
ostici Cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava, i torinesi conquistano l’accesso
alla Final Four di Parigi insieme agli ellenici dell’Olympiakos di Atene, ai
rumeni della Dinamo Bucarest e i mostri sacri sovietici dell’Armata Rossa di
Mosca, quel CSKA che pare essere imbattibile. Nella capitale francese la
squadra Italiana parte bene battendo piuttosto agevolmente sia i greci che i
rumeni, ma nella terza partita si deve arrendere allo strapotere dell’orso
sovietico che con un 3-1 impone la sua implacabile legge.
L’estate del 1982
vede un profondo rinnovamento in casa Kappa. Hanno salutato la compagnia Diego Borgna
con destinazione Pescara e Zlatanov attratto dagli yen Giapponesi. Leona e
Prandi li hanno sostituiti con lo yankee Tim Howland e con il giovane Guido De
Luigi. Howland è un ventitreenne di Los Angeles di 194 centimetri. Fisico
scultoreo, proviene dal Beach Volley e si destreggia con estrema padronanza in
tutti i fondamentali. Genio e sregolatezza, eccentrico, stravagante, con una
vita privata ricca di eccessi, ma nello stesso tempo grandissimo professionista
e trascinatore in palestra. Lo statunitense verrà schierato da Prandi nel ruolo
di schiacciatore di posto quattro dove grazie alla sua grande personalità
abbinata a doti fisiche e tecniche di prim’ordine risulterà essere uno degli schiacciatori
migliori della nostra serie A. Guido De Luigi, torinese di 19 anni e 199
centimetri, proviene dalla “cantera” torinese e come tutti i centrali di scuola
Prandi non è particolarmente appariscente ma molto efficace, soprattutto nel
fondamentale del muro. Torino vince la regular season con quattro punti di
vantaggio sulla Santal Parma dopo un testa a testa durato tuta la stagione. I
play off iniziano bene. Elimina in due partite il Gandi Firenze allenato da
Mario Mattioli ed in semifinale la Panini Modena. In finale, esattamente come
dodici mesi prima, ritrova la Santal. Gara 1 è un netto 3-0 a favore di Torino,
che sembra far presagire un ritorno dello scudetto sotto la Mole. Parma però ha
sette vite. Risorge in gara 2 con un tiratissimo 3-2 e si impone in gara tre, dove
avrà la meglio espugnando il PalaRuffini con un 3-0 al termine di una partita
perfetta. Per il secondo anno consecutivo la Kappa Torino non ha fortuna
nemmeno in campo europeo. Riesce ad accedere alla finale di Coppa delle Coppe
ma ne esce sconfitta dai sovietici dell’Autolobilst di Leningrado guidati magistralmente
in regia da un sontuoso Viceslav Zaitsev.
L’annata 1983/84
è quella in cui la Federazione Italiana Pallavolo concede ai nostri club la
possibilità di tesserare il secondo straniero. Torino deve registrare
l’ennesimo brutto colpo: Franco Bertoli, dopo sei stagioni passate a randellare
al PalaRuffini saluta Prandi e compagni e si accasa nella ricca Modena che gli offre
un contratto principesco. Più che un buco, la perdita di Bertoli apre una vera
e propria voragine nell’assetto offensivo del sestetto torinese per colmare la
quale sarà necessaria una maestosa intuizione di Leone e Prandi. I due, fini conoscitori
della pallavolo europea e mondiale, avevano da tempo messo gli occhi su un
ventenne svedese, Bengt Gustafson. 195 centimetri di potenza pura, l’atleta
nordico è dotato di un salto naturale impressionante, di un’ottima tecnica
individuale, di una “spallata” che impressiona e non per ultimo di una smisurata
bellezza stilistica. Decidono di portarlo a Torino e non avranno da pentirsene dal
momento che Bengt diventerà uno dei martelli più forti di tutti i tempi della
pallavolo mondiale. Ai nastri di partenza le grandi favorite sono Parma,
campione uscente, e Modena che con gli acquisti di Franco Bertoli, Ljubomir
Travica, potente martello jugoslavo e Gianmarco Venturi, fantasioso
palleggiatore romagnolo ha consegnato al neo tecnico Andrea Nannini una vera e
propria fuoriserie.
Tra le due
litiganti, sarà però proprio Torino a godere. Nel “PrandiLab” lavorando e
sudando in silenzio, i piemontesi stanno costruendo un gioiellino perfetto.
L’anno precedente avevano acquistato un giovanissimo talento toscano, Fabio
Vullo, 198 centimetri di tecnica e personalità. Vullo palleggia come i miglior
alzatori, attacca con l’efficienza dei re della schiacciata ed in campo mette
in mostra una personalità impressionante per la sua giovane età. Prandi,
considerando le caratteristiche dei propri giocatori, rispolvera il modulo 4-2
che ormai tutti avevano messo in soffitta e schiera Piero Rebaudengo e Fabio
Vullo a fare gioco e a randellare da posto due. Al centro della rete affianca
al re dei muri Giancarlo Dametto il giovane Fabio De Luigi, atleta di grande
sostanza ed efficacia nei fondamentali del muro e dell’attacco di primo tempo.
In posto quattro, insieme al californiano Tim Howland, c’è Bengt Gustafson, lo
svedese volante. Torino vince la regular season con venti vittorie su ventidue
gare e ai play off è un vero e proprio rullo compressore. Nei quarti di finale
elimina il Kutiba Falconara di Marco Paolini con un doppio 3-1, ed in semifinale
regola i bolognesi della Bartolini anch’essi in due partite. Completa la sua
straordinaria cavalcata vincendo la finale scudetto in sole due partite, nelle
quali, al termine di due gare perfette (3-0 a Torino e 3-1 a Parma) batterà la
Santal Parma con i due martelli Howland e Gustafson sugli scudi. A mettere la
ciliegina sulla torta arriva anche la vittoria in Coppa delle Coppe contro gli
iberici del Club Voleibol Pòrtol
Alla termine di
quella straordinaria stagione Torino perde la sponsorizzazione Robe di Kappa.
Tornerà a giocare prima come Cus Torino e poi per tre successive annate con lo
sponsor Bistefani. A causa di un budget che anno dopo anno si riduce sempre di
più, Torino è costretta a privarsi uno ad uno dei suoi gioielli. I primi ad
andarsene, nella stagione 1984/85, saranno il palleggiatore Piero Rebaudengo alla
volta di Parma e il centrale Dametto che si accaserà sempre sull’asse della via
Emilia, a Modena. Nella stagione successiva saluteranno Torino Bengt Gustafson,
direzione Parma, Howland, Kutiba Falconara mentre Vullo saluterà la Mole nella
stagione 1986/87 trasferendosi a Modena per occupare la cabina di regia
lasciata vacante dal grande Pupa Dall’Olio. Della grande squadra del 1983/84
rimangono solo Guido De Luigi in campo e Silvano Prandi in panchina. La perdita
di tutti questi campioni, l’allontanamento da parte dei principali sponsor e i
costi di gestione sempre più rilevanti di una pallavolo italiana lanciatissima verso
il professionismo, costringono il club torinese a rinunciare all’iscrizione del
campionato 1988/89. Cederà il titolo sportivo a Cuneo, piazza che negli anni
90/2000 diventerà di primo livello nazionale. Torino sparisce dai radar della
grande pallavolo ma quei sedici anni vissuti ai vertici della pallavolo
italiana rimarranno scolpiti per sempre nella storia dello sport del nostro
paese. Perchè quella squadra, fatta di grandi uomini e di grandi campioni, con
i suo record delle 51 partite di campionato vinte consecutivamente (dal 12
gennaio 1980 al 10 marzo ’82), con i 46 successi consecutivi al PalaRuffini, con
le sei Regular Season consecutive chiuse al primo posto e con la prima Coppa
dei Campioni vinta da un club italiano, è passata direttamente alla leggenda.
giovedì 22 ottobre 2020
LA STAGIONE ‘83/’84, QUELLA DEL DOPPIO STRANIERO
Un dibattito che
da sempre caratterizza gli innumerevoli bar sport sparsi un po’ in tutt’Italia riguarda
i troppi atleti stranieri presenti nei nostri campionati. Su quell’insidioso
terreno si scontrano due opposte filosofie, in perfetto stile Guelfi e
Ghibellini. Da una parte chi afferma che i giocatori stranieri siano in grado
di apportare un netto miglioramento al nostro campionato, alzandone l’asticella
della tecnica, della personalità e della qualità. Dall’altro chi è invece convinto
che un numero troppo elevato di atleti provenienti da altre federazioni finisca
solo per togliere spazio vitale ai giovani talenti italiani impoverendo di
fatto il nostro movimento nazionale.
Ma al di là di
ogni possibile e legittima considerazione, noi italiani per quanto riguarda lo
sport abbiamo un’accentuata tendenza a mitizzare gli altri. In poche parole, siamo
spiccatamente esterofili. Nutriamo grande ammirazione per i giocatori stranieri
e ogni estate aspettiamo con inquietudine e grande interesse il nome del nuovo acquisto
straniero della nostra squadra del cuore.
Per la pallavolo
italiana, che da questo punto di vista non fa differenza rispetto agli altri
sport, la grande svolta avviene nell’estate del 1983, quando la Fipav decide di
sdoganare la possibilità di poter tesserare due giocatori stranieri per squadra,
pur con la netta contrarietà di due top club dell’epoca quali Kappa Torino e
Panini Modena.
In quella stagione
la nostra serie A1, con la Santal Parma campione d’Italia uscente e squadra da
battere, vede ai nastri di partenza dodici squadre. La maggior parte degli addetti
ai lavori è convinta che chi riuscirà a dotarsi della miglior coppia di atleti stranieri,
diventerà con ogni probabilità la prima rivale degli emiliani.
I campioni
d’Italia in carica, guidati da mister Claudio Piazza, affiancano al funambolico
regista coreano Kim Ho Chul il “gaucho” Hugo Conte. Atleta quest’ultimo che,
nella Coppa dei Campioni della stagione precedente, in coppia con il palleggiatore
transalpino Alain Fabiani tanto male le aveva fatto, infliggendole nella prima
giornate della final four (svoltasi proprio a Parma) un cocente quanto
inaspettato 3-1. Conte, 198 centimetri di altezza, è il classico universale
d’attacco, specializzato in azioni offensive rapidissime portate da ogni zona
del campo. E’ inoltre uno dei precursori della battuta in salto spin,
fondamentale che esegue con grande efficacia creando non poche difficoltà alla
linea di ricezione delle squadre avversarie. L’argentino farà bene in Coppa dei
Campioni, contribuendo con ottime prestazioni alla conquista della prima Coppa continentale
del club ducale in quel di Basilea. Non riuscirà però a ripetersi in campionato,
offrendo prove non sempre adeguate alle grandi aspettative che lo avevano
accompagnato al suo arrivo a Parma. Performance che non gli garantirono la
riconferma per la stagione successiva con la conseguente cessione alla Victor
Village Ugento, appena retrocessa in serie A2. Nel corso della sua lunghissima
carriera Hugo Conte vestirà poi la maglie di Catania, Modena, Cuneo, Milano,
per far ritorno a Parma nella stagione 2000/2001 a concludere la sua
lunghissima parentesi italiana. Medaglia di Bronzo ai Mondiali '82, il forte
attaccante argentino è stato inserito nella lista dei migliori 8 giocatori di
tutti i tempi stilata dalla Federazione Internazionale FIVB e nell’anno 2011 è entrato
a far parte della Hall of Fame del Volley.
Modena e Torino tentano
di colmare il divario con Parma ingaggiando rispettivamente Ljubomir Travica e Bengt
Gustafson. Il primo, martello serbo di 197 centimetri, è il classico prototipo
della grande scuola dell’Est europeo anni ’70 e ’80. Un posto quattro di grande
potenza, specializzato negli attacchi di palla alta. Affiancherà in maglia
gialloblu l’altro straniero già presente in organico, Esteban Martinez, velocissimo
e spettacolare universale d’attacco già da un anno tesserato per la Panini. Nella
città della Ghirlandina Ljubomir schiaccerà soltanto una stagione, senza per
altro lasciare un segno importante. Giocherà poi diverse buone stagioni nelle
nostre serie A1 e A2 a Vimercate, Padova e Milano.
Sotto la Mole
arriva invece Bengt Gustafson, lo “svedese volante”, scultoreo vent’enne di 195
centimetri che diventerà l’idolo incontrastato delle tifose di tutte le città
in cui transiterà sotto rete. Attaccante di classe cristallina, dotato di doti
di salto monumentali, così come di un colpo d’attacco pesantissimo. Dal punto
di vista stilistico ha rappresentato con ogni probabilità lo schiacciatore di
riferimento a livello mondiale fino al termine degli anni ’80. Rimane a Torino
per due stagioni, nelle quali forma con il californiano Tim Hovland la miglior
coppia straniera della nostra serie A1, per poi trasferirsi alla Santal Parma, squadra
in cui fungerà da principale terminale offensivo per ben tre stagioni, prima di
accasarsi in Grecia, precisamente all’Olimpiakos di Atene. Ritornerà nella
nostra serie A1 nella stagione ‘89/’90 per dare l’avvio alla formidabile epopea
trevigiana della Sisley, purtroppo con poca fortuna. A metà della stagione ‘90/’91
infatti, un grave incidente stradale lo obbligherà ad interrompere
prematuramente la sua splendida carriera di giocatore.
Sono però Sassuolo
ed Asti, e quindi non due “top club”, a compiere due veri e propri “botti” sul
mercato degli stranieri. La squadra emiliana, targata Edilquoghi, fa il grande
colpo mettendo sotto contratto nientepopodimeno che Tomasz “Tomek” Wojtowicz
mentre i piemontesi, ben consigliati dal proprio coach Enrique Edelstein, ingaggiano
un giovane e poco conosciuto bomber argentino, Raul Quiroga.
Il polacco, centrale
statuario di quasi due metri, è un vero e proprio eroe nazionale nel proprio
paese per essere stato uno dei grandi protagonisti della famosa nazionale
polacca Campione del Mondo nel 1974 e Campione Olimpica a Montreal 1976. A
causa dei devastanti allenamenti imposti dal tecnico polacco Hubert Aleksander
Wagner, soprannominato dai suoi giocatori “il boia” per la crudeltà dei suoi
metodi di lavoro (vere e proprie sessioni al limite della sopravvivenza), Tomek
arriva in Italia con ossa, muscoli, tendini e articolazioni particolarmente
usurati, per usare un eufemismo. Tutto ciò non gli permette di mettere in
mostra le straordinarie doti di salto e di velocità che lo avevano caratterizzato
per tutti gli anni ’70, consacrandolo come il centrale più forte del mondo
insieme a sua maestà Alexander Savin. La sua classe cristallina, accompagnata
da un carisma che sprizza leadership da tutti i pori, consente al competente e
appassionato pubblico sassolese di potersi lustrare gli occhi; fortuna che
durerà solo per un anno dal momento che nella stagione successiva (83/’84) la
Santal Parma lo individua come il rinforzo necessario per dare la caccia alla
sua seconda Coppa dei Campioni. E mai scelta fu più azzeccata, dal momento che Wojtowicz diventerà uno dei maggiori
protagonisti delle imprese dei ducali di quell’anno che, prima espugnano la
roccaforte sovietica di Riga, e poi si laureano Campioni d’Europa nella final
four di Bruxelles. Wojtowicz concluderà la sua carriera italiana sparando gli
ultimi colpi in attacco e a muro (le specialità della casa) prima a Ferrara e
poi a Città di Castello.
Il Riccadonna
Asti, come già detto, pesca il suo nuovo straniero oltreoceano e precisamente
in terra argentina mettendo sotto contratto un ventunenne argentino, Raul
Quiroga. Schiacciatore di posto quattro ma anche opposto all’occorrenza, 196
centimetri di salto, esplosività e potenza più unici che rari. Raul non solo
sarà protagonista di una splendida stagione ad Asti, guidandola a suon di
attacchi al quarto posto finale in regular season, ma negli anni successivi si
consacrerà come uno degli schiacciatori più forti della storia della pallavolo.
Nella stagione ‘84/’85 Quiroga si trasferirà a Modena dove verrà soprannominato
“El Bombardero”, conquistando due scudetti come protagonista assoluto e diventando
l’idolo della tifoseria gialloblu. Giocherà poi anche a Montichiari, Treviso e
Spoleto.
Milano targata
Casio e guidata in panchina da Nino Cuco perde lo yankee Mike Dodd, ex grande
giocatore di beach volley, ma acquista il martellone finlandese Mauri Lappanen,
schiacciatore di grande potenza e forza fisica, mentre il Miolat Chieti di Nino
Agricola affida le speranze di permanenza in serie A1 al mercato sudamericano. Nella città abruzzese arrivano via Buenos
Aires la coppia di schiacciatori comporta da Alcides Cuminetti (fratello del
più famoso Juan Carlos Cuminetti che negli anni seguenti farà le fortune di
Modena) e da Daniel Castellani, schiacciatore – ricevitore di stile e classe sopraffina
che per tutti gli anni ‘80 illuminerà altri palasport italiani, e precisamente
quelli di Falconara, Bologna Padova e Prato.
Il campionato
della stagione ‘83/’84 si presenta quindi come uno dei più belli ed incerti
degli ultimi anni. Alla fine, sarà Torino a spuntarla su tutte le altre
compagini, con la coppia Tim Howland e Bengt Gustafson sugli scudi. Vincerà prima
la regular season con 40 punti, figli di venti vittorie e solo due sconfitte, e
poi i play off dove sconfiggerà l’acerrima
rivale Santal Parma in sole due partite (3-0 nella gara d’andata e 3-1 nella
gara di ritorno disputata al Pala Raschi di Parma).
Kim Ho Chul, Hugo
Conte, Bengt Gustafson, Tim Hovland, Ljubomir Travica, Esteban Martinez, Tomasz
Wojtowicz, Raul Quiroga, Mauri Lappanen,
Daniel Castellani. Grandi campioni che con la loro professionalità e le loro grandi
qualità fisiche, tecniche e di leadership, hanno contribuito in maniera decisiva
ad elevare il tasso qualitativo del nostro campionato, alzandone di gran lunga il
livello tecnico.
Non a caso
proprio in quell’anno l’Europa ci premierà come mai accaduto prima, con Parma
trionfale in Coppa dei Campioni, Torino in Coppa delle Coppe e Modena in Coppa
Cev. Così come le Olimpiadi di Los Angeles, regaleranno agli azzurri di Silvano
Prandi un insperato bronzo alle spalle
di vere e proprie corazzate quali Usa e Brasile.
mercoledì 21 ottobre 2020
LA STAGIONE 1978/79: IL POST GABBIANO D’ARGENTO
Il 1978 è un
anno speciale per lo sport italiano. La nazionale di calcio guidata dal “vecio”
Enzo Bearzot disputa un grande mondiale in Argentina. Contro tutti i pronostici
della vigilia si regala un più che ragguardevole quarto posto che ci riporta ai
massimi vertici del football mondiale. Agli Europei di atletica leggera di Praga
Pietro Mennea conquista i titoli europei nei 100 e nei 200 metri, Venanzio
Ortis la medaglia d’oro nei 10.000 metri, così come Sara Simeoni nella gara di salto
in alto. La campionessa di Rivoli Veronese lo fa bissando quel 2,01 che poche
settimane prima a Brescia durante una riunione di atletica tra le nazionali di
Italia e Polonia le era valso il primato del mondo della specialità. A Berlino
Ovest, l’Italia della pallanuoto diventa campione del mondo mettendosi alle
spalle vere e proprie corazzate quali Ungheria e Jugoslavia mentre Eugenio Lazzarini
è campione del mondo di motociclismo, aggiudicandosi il campionato mondiale 125
in sella alla MBA, vincendo 4 corse su le 10 disputate.
Ma è la
nazionale italiana di Pallavolo a compiere una vera e propria, quanto inattesa,
impresa. Ai mondiali di Roma i pallavolisti azzurri, magistralmente guidati dal
tecnico Carmelo Pittera e letteralmente trasportati dal delirante pubblico
capitolino, eliminano Cuba in una eroica e indimenticabile semifinale per poi
aggiudicarsi la medaglia d’argento dietro l’imbattibile Unione Sovietica dei mostri sacri Savin e Zaitsev.
La stagione 78/79,
quella del 34° campionato della nostra serie A1, si apre sulla scia luminosa di
questa straordinaria avventura azzurra che ha consacrato i nostri eroi pallavolisti
come vere e proprie star nazionali. Pupo Dall’Olio, Gianni Lanfranco, Marco
Negri ed il resto della truppa, oltre ad essere diventati volti noti al grande
pubblico italiano, sono considerati tra i migliori giocatori continentali. Non
a caso la stampa sportiva definisce quello che sta partendo, il “più del
campionato di sempre”.
Sono dodici le squadre
che si presentano ai nastri di partenza. I campioni d’Italia uscenti della
Paoletti Catania affidano la panchina a Nino Cuco, dal momento che al C.T. azzurro
Carmelo Pittera la FIPAV ha negato la possibilità di svolgere il doppio
incarico, costringendolo quindi ad assumere il ruolo di Direttore Sportivo. Anche
sul terreno di gioco i catanesi denunciano un’assenza importante rispetto alla
stagione precedente. Il formidabile martello Drahomir Koudelka dopo la
conquista dello scudetto ha infatti deciso di chiudere la parentesi italiana
facendo ritorno nella sua amata Cecoslovacchia. La Paoletti riesce comunque a
mantenere inalterata buona parte dell’ossatura dell’anno precedente formata da
Alessandro, Castagna, Concetti, Greco, Nassi e Scilipoti. Aggiunge inoltre
altri tre eccellenti atleti: il gigante Claudio Di Coste proveniente da Roma, mancino,
nazionale azzurro, 207 centimetri di altezza che gli consentono di passare spesso e volentieri sopra il muro
degli avversari, l’universale polacco Zbignlew Zarzycki, ex Dermatrophine
Padova, ed il giovane Maurizio Ninfa. Quest’ultimo, catanese doc, diventerà nelle
stagioni successive un pilastro della pluriscudettata Santal Parma, dove verrà schierato
in diagonale con il fenomenale palleggiatore coreano Kim Ho Chul. Catania gioca
una buona stagione ma le sconfitte stagionali che rimedia contro Modena, Pisa,
Sassuolo e Torino la costringono ad accontentarsi del terzo posto finale.
Roma targata
Tiber Toshiba, vicecampione d’Italia nella stagione precedente, perde uno dei
suoi principali terminali d’attacco, il lungagnone di Coste trasferitosi a
Catania. Riesce però a mantenere in organico le “stelle” Erasmo Salemme, Andrea
Nencini e Mario Mattioli, quest’ultimo impiegato nel ruolo di allenatore –
giocatore e lancia nel sestetto titolare un giovane centrale costruito in casa,
Angelo Squeo. Forte in attacco e roccioso a muro, Squeo, oltre che a disputare un’ottima
carriera da atleta in diversi club italiani (Modena, Bologna, Catania,
Montichiari e Salerno), una volta appese le ginocchiere al chiodo diventerà un
importante dirigente internazionale sportivo nell’ambito del Beach Volley. La
stagione regalerà alla società capitolina un quinto posto finale, senza infamia
e senza lode, grazie a 11 vittorie e 11 sconfitte.
Modena punta a
riportare a casa quello scudetto che le manca dalla stagione 75/76. Per raggiungere
l’ambizioso obiettivo si affida ad una nuova guida tecnica. La panchina è infatti
passata dalle mani polacche del duro Edward Skorek a quelle dell’autoctono Gian
Paolo Guidetti, ex Edilcuoghi Sassuolo. I modenesi possono schierare in regia
Pupo Dall’Olio, palleggiatore titolare della nazionale azzurra vicecampione del
mondo, e gli esperti Paolo Montorsi e Stefano Sibani ad attaccare. Giorgio
Goldoni è l’universale che fornisce equilibrio ad un sestetto di cui in più
occasioni fanno parte due giovani ventenni di belle speranze, Daniele Berselli
e il mancino Massimo Dalfovo. La ciliegina sulla torta è però rappresentata dal
fuoriclasse brasiliano Bernard Rajzman, universale d’attacco che propone come
prelibatezza della casa una tesa velocissima portata non solo da centro rete ma
da ogni zona del campo. Il fortissimo carioca è inoltre famoso per la sua
battuta “coreana” denominata “jornada na estrelas”, un tipo di battuta piuttosto
utilizzata dai beachers nelle spiagge di Copacabana nel quale la palla viene
colpita dal basso verso l’alto con la mano a taglio. Una tecnica che consente di imprimere all’attrezzo
un’altissima parabola rotatoria che si dirige fino a pochi centimetri dal
soffitto dei palasport e che, ricadendo nel campo avversario col la pesantezza
di un vero e proprio macigno, crea grande scompiglio nella linea di ricezione
avversaria.
Poco distante da
Modena, venti chilometri circa, c’è un’altra squadra che lavorando in silenzio
si sta affacciando ai massimi palcoscenici della nostra pallavolo. Si tratta
dell’Edilcuoghi Sassuolo di mister Adriano Guidetti, tecnico che fino alla
stagione precedente è stato il principale artefice delle fortune del Edilmar
Cesenatico. L’allenatore modenese riesce ad allestire un sestetto favoloso
creando nella propria bottega come il migliore degli alchimisti un mix composto
da giovani talentuosi, Leo Carretti, Gianluigi Sacchetti, Enrico Zini, Saetti
Baraldi, vecchi marpioni come Rodolfo Giovenzana e Giorgio Barbieri e atleti nazionali
quali Marco Negri e Mauro Di Bernardo. La squadra sarà una delle rivelazioni
del campionato e chiuderà al 4° posto finale, collezionando ben 16 vittorie.
Affermazione tra le quali spiccano vere e proprie perle quali il 3-1 alla
Klippan Torino, il 3-2 alla Paoletti Catania ma soprattutto l’entusiasmante 3-2
inflitto alla Panini Modena in un indimenticabile derby disputatosi nello
storico Palamolza, l’impianto di Viale Molza di Modena, storica cattedrale della
storia pallavolistica della città della Ghirlandina.
Continuando a
percorrere la Via Emilia in direzione Romagna, c’è anche la Grondplast Ravenna
che sta preparando la sua stagione. E lo sta facendo sotto la guida di un vero
e proprio lusso in panchina dal momento che alla sua guida tecnica si trova
Oddo Federzoni. Ex schiacciatore dell’Avia Pervia Modena, vincitore di due
scudetti (65/66 e 66/’67) alla guida della Virtus Bologna, ma soprattutto CT
della nazionale italiana dal 1970 al 1974 con cui vinse la medaglia d'oro alle
Universiadi di Torino, primo successo a livello di competizioni mondiali per la
Nazionale azzurra. I romagnoli hanno ingaggiato un buon giocatore brasiliano,
Badà Ribeiro. Ventunenne di 193 centimetri che, nel solco della miglior
tradizione paulista, dispone di un buon salto e di un braccio velocissimo. Doti
che nel corso degli anni successivi gli consentiranno di vestire altre
importanti maglie quali quelle di Modena, Catania, Roma e Jesi. Federzoni gli
affianca gli esperti Carlo Cirota, universale reggiano e Aldo Bendandi che in
quell’anno dividerà la cabina di regia con Marco Venturi, emergente palleggiatore
genio e sregolatezza, dotato di uno smisurato talento che non riuscirà ad
esprimere per intero nel corso della sua pur ottima carriera. A questi buonissimi
giocatori Ravenna aggiunge Stefano “Cisco” Recine, ventunenne di belle speranze
che con ragguardevoli doti atletiche di velocità e salto combinate ad una proverbiale
grinta, sarà per tutti gli anni ’80 uno dei più forti giocatori italiani
vestendo le maglie di Modena, Parma, Bologna, e Milano. Il quinto posto finale,
a pari merito con Roma e Pisa, premierà la buona stagione degli uomini di
mister Federzoni.
Anche l’asse
Torino – Milano offre due ottime compagini alla nostra serie A1. La Klippan Torino
del Professor Prandi inizia la stagione proponendo un sestetto che per 5/6
ricalca quello già messo in campo l’anno precedente. Rebaudengo e Gianni
Lanfranco vengono schierati in diagonale nel doppio ruolo di palleggiatori –
attaccanti, Borgna e Franco Bertoli ricevono e randellano da posto quattro e al
centro della rete al confermatissimo Giancarlo Dametto, vero e proprio re del
muro, affiancano Ernesto Pilotti, alessandrino, universale d’attacco di 195
centimetri. E’ una squadra che Silvano Prandi ha modellato nei lunghi e
faticosi allenamenti svolti nelle palestre cittadine sul modello delle più
forti squadre dell’Est Europeo, dotandola quindi di una grande battuta e di un
muro invalicabile. A Milano invece il Presidente Gianni Ferrauto ha allestito
una squadra composta prevalentemente da giovani dalla “cantera” milanese. E’ riuscito
nel proprio intento grazie alle capacità del proprio tecnico, Walter Rapetti,
per tutti “Walterone” grazie a alla sua imponente mole. Diplomato Isef e docente
Universitario, Rapetti è il vero e proprio antesignano della pallavolo meneghina.
Eccezionale maestro di pallavolo e fine motivatore di atleti, in quella
stagione mette in campo una serie di giovani elementi forgiati nel settore
giovanile da lui stesso diretto: Luca Ferrauto, Oliviero Cimaz, Valerio
Dall’Ara, Claudio Brambilla, Stefano Duse e Piero Rimoldi. A questi giovani di
belle speranze il tecnico milanese affianca a fare da chioccia il trentaquattrenne
schiacciatore Zdizislaw Ambroziak, uno dei giocatori polacchi più forti di
tutti i tempi, proveniente da Padova. Riuscirà a condurre la squadra verso il
porto sicuro di una tranquilla salvezza, principale obiettivo del club, conquistando
un buon nono posto finale.
Le grandi novità
della stagione si riveleranno però essere le due neopromosse Cus Pisa
(sponsorizzata Mazzei) e Amaro Più Loreto, unitamente alla Veico Parma,
ripescata nel corso dell’estate a seguito della rinuncia alla serie A1 dell’Edilmar
Cesanatico, compagine che nella stagione precedente, ottimamente guidata dal
Prof. Adriano Guidetti in panchina e da un magistrale Mauro Di Bernardo in
campo, aveva raggiunto un lusinghiero 5° posto finale. I toscani, guidati in
panchina da Claudio Piazza II°, omonimo del coach che guiderà la Santal Parma a
più stagioni di grandi successi, possono schierare due pilastri della nazionale
campione del mondo: l’universale di classe cristallina Fabio Innocenti e il
palleggiatore Alessandro Lazzeroni, che negli ultimi mondiali ha diviso la
cabina di regia con il modenese Pupo Dall’Olio. Il tecnico dei pisani punta su
un gruppo particolarmente affiatato dal momento che è composto in buona parte
da giocatori pontederesi e pisani e quindi fidelizzati al massimo con la società
cussina. Il Mazzei Pisa si aggiudicherà un ottimo 5° posto finale, in
condivisione con Roma e Ravenna. Un risultato di tuto rispetto che non sarà
però sufficiente a salvare la società dalla diaspora che la dissanguerà nelle stagioni
successive. Nel corso di due annate infatti, il ciclo di mister Piazza e dello
storico gruppo che lo aveva seguito nell’ultimo decennio, volgerà al termine.
Il tecnico si accaserà a Ravenna insieme al palleggiatore Lazzeroni, mentre Corella,
Ciardelli, Innocenti, Zecchi, Barsotti, De Marinis, Masotti, Mazzantini e
Toniazzi si divideranno tra Chieti, Ugento e Lupi S. Croce, determinando la
fine della società pisana per quanto riguarda il volley ai massimi livelli
nazionali.
L’Amaro Più
Loreto mette a segno un colpaccio in panchina, affidando le sorti della prima
squadra ad un mostro sacro della pallavolo mondiale, Edward Skoerk. La società
del piccolo comune anconitano riesce ad allestire un buon sestetto. Il
palleggiatore – attaccante Daniele Ricci, che sarà poi il grande condottiero
del Messaggero Ravenna targato Kiraly e Timmons dei primi anni ’90, Travaglini,
Matassoli e lo schiacciatore Mrankov Vassil sono i suoi punti di forza. Riuscirà
a garantirsi una più che dignitosa salvezza, gettando le basi per gli ottimi
campionati che disputerà nel biennio successivo. Parma dopo i fasti dei
Ferrovieri Parma del Professor Del Chicca, veri e propri pionieri del volley
italiano e campioni d’Italia negli anni 1950 e 1951, e della Salvarani Parma,
campione d’Italia nella stagione 68/69, ha da tempo ridimensionato le proprie
ambizioni. Nella stagione 78/79, i fratelli Magri acquistano la società con
l’ambizione di riportare Parma ai fasti di un tempo. I Ducali allestiscono una
squadra formata da giovani atleti parmigiani, tra cui spiccano Giulio Belletti
e Antonio Bonini, futuri atleti della nazionale azzurra, e un giovanissimo schiacciatore
di nome Andrea Anastasi da Paggio Rusco che diventerà, prima un grande
giocatore, e poi uno dei migliori allenatori italiani. D’oltreoceano i fratelli
Magri fanno arrivare nella città di Maria Luigia lo yankee Scott Lindberg,
centrale tutto fare di buona tecnica e di gran temperamento, che negli anni
successivi sarà poi a Padova, Vimercate, Treviso e Bergamo. Con Veico come main
sponsor e pur da ripescata, sotto l’ottima guida dell’ottimo Claudio Piazza la
squadra si aggiudicherà un insperato ottavo posto finale.
Ad inizio
stagione Modena parte forte e sembra poter essere la principale protagonista
del campionato. L’asse Dall’Olio – Rajzman fa perdere la bussola a tutti i muri
avversari e i gialloblu sembra abbiano la strada spianata per riportare dopo
tre anni lo scudetto sotto la Ghirlandina. Ma la Klippan Torino non è della
stessa idea. Gli uomini del Professor Prandi sono come un motore diesel;
partono adagio ma, partita dopo partita, ingranano la quarta e non si fermano
più. Dopo due sconfitte patite con Edilcuoghi e Panini, non sbaglieranno più un
colpo trovandosi e al termine della ventunesima e penultima giornata di
campionato appaiati a Modena in vetta alla classifica con 38 punti. Incredibilmente,
il calendario ha disposto proprio all’ultima giornata lo scontro diretto fra i
piemontesi e gli emiliani. Una vera e propria finale scudetto nell’era antecedente
ai playoff. L’attesissima sfida si disputa in un PalaRuffini di Torino gremito
da oltre settemila persone e non ha storia. La Klippan lascia a Dall’Olio e
compagnia la miseria di 18 punti complessivi in tre set, conquistando il suo
primo scudetto. La Panini si consolerà vincendo a sua volta la prima edizione
della Coppa Italia.
Stagione che
sancisce il dominio di Torino nella pallavolo italiana, non solo per
quell’annata ma anche per quelle successive, dal momento che nei due campionati
seguenti gli uomini di Silvano Prandi conquisteranno il titolo di campioni
d’Italia. La stagione ‘80/’81 verrà tra l’altro sigillata con un incredibile
ruolino di marcia: ventidue vittorie, zero sconfitte e soltanto 7 set persi in
tutto il campionato.
Al termine della
stagione 78/79 il Bologna di Nerio Zanetti e l’Altura Trieste salutano la
nostra massima serie al termine di un campionato particolarmente deludente per
entrambe le compagini. Solo due le vittorie per i bolognesi e nemmeno una per i
Triestini del giocatore – allenatore Giorgio Manzin.
Saliranno invece
in A1 Belluno e Falconara. E sarà proprio quest’ultima, società modello del
piccolo comune marchigiano, che scriverà a metà anni ’80 una delle più belle
favole della pallavolo italiana, sotto la guida tecnica di Marco Paolini e l’illuminata
regia societaria di Tarcisio Pacetti.











