IL CUORE OLTRE L'OSTACOLO: L'ANALISI DEL CAMMINO AZZURRO TRA SFIDE E FUTURO

  Di Filippo Vagli  Il sipario su questo Europeo si era alzato in una cornice che aveva trasceso il semplice evento sportivo, trasformandosi...

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giovedì 31 luglio 2025

Gli eroi sottorete. KARCH KIRALY. Leadership e tecnica: l'eredità del Re del volley per le nuove generazioni

 


Di Filippo Vagli

Tra i miti senza tempo della pallavolo, uno splende con una luce unica: Karch Kiraly, l’unico atleta al mondo a conquistare l’oro olimpico sia nell’indoor che nel beach volley.

mercoledì 16 luglio 2025

Gli eroi sottorete. DOUG BEAL: il pioniere della rivoluzione tecnica e mentale nella pallavolo mondiale

 


Di Filippo Vagli

Doug Beal è una figura leggendaria che ha rivoluzionato la pallavolo mondiale a metà degli anni '80, cambiando per sempre il volto di questo sport.

domenica 13 luglio 2025

Gli eroi sotto rete. ALEXANDR SAVIN: il gigante del volley sovietico che ha fatto la storia

 


Di Filippo Vagli

Aleksandr Borisovič Savin, nato il 1° luglio 1957 a Taganrog, rappresenta una delle figure più emblematiche nella storia della pallavolo

lunedì 12 maggio 2025

Julio Velasco riceve la laurea magistrale honoris causa in Psicologia dall’Università di Trieste

 


L’Università di Trieste ha oggi conferito a Julio Velasco la laurea magistrale honoris causa in Psicologia, riconoscendo il suo contributo innovativo nell’integrazione dei principi psicologici nella formazione, nella gestione dei gruppi e nella cultura della prestazione sportiva.

giovedì 23 gennaio 2025

Televisione: Julio Velasco protagonista su Sky Sport con Federico Buffa - Volleyball.it



Televisione: Julio Velasco protagonista su Sky Sport con Federico Buffa - Volleyball.it: MILANO – La carriera di Julio Velasco, uno degli allenatori più vincenti della storia della pallavolo italiana, sarà raccontata nella decima puntata di Federico Buffa Talks, in onda su Sky Sport Uno e in streaming su NOW....

lunedì 7 agosto 2023

Volley Story: Gianfranco Briani racconta di quando l’Italia organizzava un doppio Europeo per battere almeno una nazionale dell’Est

 



Gianfranco Briani racconta di quando l’Italia organizzava un doppio Europeo per battere almeno una nazionale dell’Est


Dopo 52 anni l’Italia ospita ancora ambedue le rassegne continentali seniores femminile e maschile. Gianfranco Briani storico deus ex machina del grande volley italiano, racconta quell’organizzazione un po’ avventurosa, ma che apri le porte all’esplosione della macchina organizzativa della pallavolo di casa nostra, iniziative he contribuirono fortemente e ancora contribuiscono alla popolarità della nostra disciplina.
“La pallavolo ‘made in Italy’, quella del 1971, era davvero indietro rispetto ai paesi dell’Est così come al Brasile, Argentina, Giappone, Cina Cuba. L’Italia era di fatto ‘tagliata fuori’ dall’élite pallavolistica internazionale. – racconta l’allora Segretario Generale della Federazione Italiana Pallavolo – Così ci inventammo, nel femminile, la ‘Coppa Primavera’, un torneo tra tutti i Paesi dell’Europa occidentale. E lì le sfide delle azzurre non avevano un finale scontato. Era la maniera per provare a far crescere il livello delle nostre schiacciatrici. Giancarlo Giannozzi, l’allora Presidente Federale, era nel contempo anche presidente della Cev e con la sua spinta il movimento pallavolistico occidentale ha provato a colmare il distacco con le formazioni dell’Est che da sempre surclassavano ogni avversario del Sud d’Europa.
Nel 1971, con la doppia organizzazione dei Campionati Europei, la Fipav ha tentato a lanciare la sua sfida su entrambi i fronti nel mese di settembre. Era chiaro a tutti che l’Italia non sarebbe potuta salire sul podio (arrivò ottava in entrambi i tornei) ma era altresì chiaro che avevamo iniziato un percorso di crescita. Decisi a trovare la strada del successo, la Fipav ha scelto di organizzare il doppio evento. Fu la prima volta in Europa che un solo Paese ospitava una doppia competizione continentale di pallavolo. Finì con la vittoria dell’Urss su entrambi i fronti e le formazioni del blocco dell’Est si aggiudicarono gli altri gradini del podio. Ma avevamo ‘battuto un colpo’, messo le basi per la promozione del nostro sport in Italia riempiendo i palazzetti dello sport con una disciplina reputata ‘nuova’ anche se nuova non lo era. L’obiettivo della qualificazione alle Olimpiadi del ’72 era lontanissimo, praticamente irraggiungibile ma quello dei Giochi di Montreal rappresentava un sogno da fare ad occhi aperti con la consapevolezza che se le cose fossero andate per il giusto verso avremmo potuto dire la nostra, almeno in campo maschile. E così, in effetti, fu.
Nel 1971 il nostro obiettivo era quello di vincere almeno una volta con una formazione del blocco dell’Est ma tra i maschi (a Gorizia e Bologna) perdemmo con la Polonia (bronzo europeo) e la Romania mentre tra le donne l’esito fu identico sempre contro la Polonia e la Romania.
Quando, con il Presidente Giancarlo Giannozzi andammo a dire al Presidente del Coni, Giulio Onesti, che avremmo organizzato un doppio Campionato Europeo di pallavolo in Italia lui ci diede dei ‘lungimiranti’ chiedendoci se eravamo ‘certi e capaci’ di gestire pubblico, tecnici e atleti. Alla risposta affermativa rispose con garbo e serietà augurandoci ‘buon lavoro’. Conservo ancora la sua lettera di complimenti da estendere all’intero movimento pallavolistico del ’71”.

(Fonte: ivolleymagazine.it)

venerdì 19 marzo 2021

L’epopea italiana di Julio Velasco. Dall’argentina a Jesi, ai 4 scudetti Modenesi fino alla nazionale dei fenomeni. By Filippo Vagli

 


Questa è la narrazione di una delle più belle storie sportive italiane. Ha origini che si snodano fra Buenos Aires, Jesi, Bologna e Modena, città apparentemente slegate tra loro ma in realtà tenute insieme da unico filo conduttore: un pallone da pallavolo.

Siamo nell’estate del 1985. In Italia fa caldo e la persone non vedono l’ora di andare al mare a fare il bagno dopo un inverno che sarà ricordato come quello della terribile ondata di gelo abbattutasi sull'Italia. Nel gennaio italiano si sono infatti toccate punte di -24 gradi, con storiche nevicate che hanno depositato un manto nevoso alto fino a 55 centimetri, toccando anche città come Cagliari che fino a quel giorno avevano avuto ben poco a che fare con i fiocchi bianchi provenienti dal cielo.

E’ l’anno in cui a Ovest Michael Jackson e la fondazione USA For Africa registrano il singolo We Are the World, mentre ad Est Mosca elegge segretario del PCUS Michail Gorbačëv.

E’ anche l’anno di alcune tragedie sportive. Quella di Bradford, dove l’undici maggio scoppia un drammatico incendio nel settore G dello stadio Valley Parade durante una gara tra i padroni di casa e il Lincoln City. Il tragico bilancio finale reciterà 56 morti e 265 feriti. E quella di Bruxelles, dove il 29 maggio si disputa la finale di Coppa dei Campioni, tra la Juventus di Platini e i campioni inglesi del Liverpool. Prima dell'incontro, gravi tafferugli tra le opposte tifoserie provocano la morte di 39 persone, di cui 32 italiane, e il ferimento di altre 600. L'evento verrà  ricordato come la strage dell'Heysel.

Due città italiane invece, sportivamente parlando, sono al settimo cielo. Si tratta di Verona che vince il suo primo e storico scudetto nel calcio e di Bologna che lo scudetto lo vince sotto rete.

Ma facciamo un passo indietro nel tempo e trasferiamoci dall’altra parte dell’Oceano, e precisamente in Argentina dove, a 60 chilometri dalla capitale Buenos Aires, c’è La Plata, città con ottocentomila abitanti circa, caratterizzata dalle numerose "diagonali", strade ad intersezione diagonale su un tracciato di vie che si intersecano ad angolo retto. E di “diagonali” pallavolistiche diventerà esperto il protagonista di questa storia, che proprio a La Plata nasce agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso.

Un giovanotto che seguendo le orme della mamma insegnante sogna di fare il professore e invece, un po’ per caso, diventa allenatore di pallavolo. Ma prima di diventare allenatore, Julio, questo è il suo nome di battesimo, gioca a pallavolo.

E’ un buon giocatore. Vince il premio di miglior pallavolista juniores argentino e con la propria squadra di club arriva fino alla serie A. Diventa seniores, si iscrive all’università, facoltà di filosofia, dove diventa attivista politico del movimento studentesco. Gioca ancora per un anno e poi decide di dedicare tutto il suo tempo allo studio della filosofia e alla passione politica.

Gli anni ’70 del secolo scorso sono però anni duri nel paese sudamericano per chi non è allineato alla politica del governo. Ma più che di governo, dobbiamo parlare di un vero e proprio regime che, con il terribile colpo di stato militare messo in atto la notte del 24 marzo 1976 destituisce la presidentessa Isabel Martínez de Perón instaurando una ferrea dittatura che durerà ben sette anni. Jorge Rafael Videla, generale dell’esercito, ne è a capo e verrà ricordato per una lunghissima serie di gravissime violazioni dei diritti umani e per vari crimini contro l'umanità, tra i quali l'assassinio e la tortura di 30.000 persone.

Il collante del regime è l'avversione verso le forze democratiche della nazione, considerate nemici del nuovo stato, che si esprime con una vera e propria caccia alle streghe verso chiunque non manifesti appoggio alla dittatura. Per questo motivo Julio, dopo cinque anni di studio e a pochi esami dal dalla laurea si vede costretto, per motivi di sicurezza, ad abbandonare non solo l’università ma anche la propria città. Scappa a Buenos Aires dove per mantenersi incomincia ad allenare una squadra di pallavolo, oltrechè a svolgere altri lavori tra cui quello di addetto in un’impresa di pulizie.

Muove i suoi primi passi da Coach in una squadra di serie C per poi diventare allenatore del settore giovanile di un importante club della capitale argentina. Allenare non solo gli piace ma gli riesce particolarmente bene. Decide allora di dare una svolta alla propria vita. Abbandona definitivamente gli studi in filosofia e si butta anima e corpo sullo studio dell’Educazione Fisica. Si laurea e nello stesso tempo cresce come allenatore. Con il Ferro Carril Oeste di Buenos Aires vince quattro campionati argentini consecutivi tra il 1979 e il 1982, anno nel quale è anche il vice allenatore della propria nazionale, terza classificata ai campionati mondiali giocati in casa.

Ma torniamo in Italia, e trasferiamoci a Jesi, la seconda tappa di questo nostro viaggio per il mondo. Quarantamila abitanti in provincia di Ancona e un passato importante, visto che nel XII secolo è la capitale della Respublica Aesina. Il presente è costituito da un gradevolissimo centro storico circondato da una cinta muraria del XV secolo pressoché intatta.

In questa graziosa cittadina marchigiana il 12 aprile 1955 nasce un altro dei protagonisti di questa storia. Si chiama Giuseppe Cormio e alla fine degli anni ’70 del secolo scorso svolge contemporaneamente tre professioni: agente di una multinazionale assicurativa, giornalista ed esperto pubblicitario. Tutto questo mantenendo viva la sua grande passione: la pallavolo.

Beppe è infatti un buon palleggiatore. Con la squadra di Jesi parte dalla serie C, e nel giro di qualche sale prima in serie B e poi in serie A2. Una volta approdato alla serie A, Giuseppe interrompe l’attività agonistica e diventa direttore sportivo della squadra stessa. Siamo negli anni ’80, e precisamente nel 1982.

Cormio deve scegliere un paio di giocatori stranieri per potenziare la sua squadra. E’ appena terminato il mondiale in argentina, vetrina che ha messo in mostra un buon numero di giovani talenti sudamericani, molti di cui diventeranno negli anni a venire campioni straordinari come Daniel Castellani, Hugo Conte, Jon Uriarte, Carlos Wagenpfeil e Waldo Kantor, solo per citarne alcuni. Cormio individua in Wagenpfeil, universale d’attacco e Kantor, funambolico palleggiatore, i due acquisti per la sua ambiziosa Jesi. Allestisce un sestetto di tutto rispetto a cui manca un tassello fondamentale, quello dell’allenatore.

Cormio è convinto che l’allenatore debba costituire la pietra angolare su cui costruire una squadra, e che non sia per nulla conveniente allestire squadre con forti giocatori e poi affidarle a tecnici dilettanti. Ma in Italia è uno dei pochi a pensarla così. La realtà del bel paese di quegli anni evidenzia che l’unico allenatore a tempo pieno è Silvano Prandi, tecnico della Kappa Torino, che può dedicarsi a tempo pieno alla pallavolo grazie al distacco ottenuto dalla scuola nella quale insegna Educazione Fisica. Lo stesso Claudio Piazza, bravissimo allenatore della Santal Parma campione d’Italia svolge un'altra attività professionale oltre che allenare il club ducale. Cormio cerca quindi sul mercato un allenatore professionista. La cosa non è di semplice risoluzione considerato che non dispone di un budget importante e quindi non può offrirgli un contratto particolarmente allettante dal punto di vista economico.

I due nuovi acquisiti argentini fanno il nome di un giovane loro connazionale, un tecnico emergente, che hanno avuto come secondo allenatore in nazionale. Quell’allenatore è Julio, l’ex studente di filosofia e attivista politico. Quello nato a La Plata, che di cognome fa Velasco. Cormio riesce a convincerlo ad imbarcarsi sul primo aereo in partenza per l’Italia e dopo avergli parlato lo ingaggia, con un contratto da sei mila dollari all’anno. I soldi messi sul tavolo non rappresentano certamente un piatto particolarmente prelibato ma Velasco ha voglia di fare un’esperienza all’estero, convinto di tornare in patria qualche anno dopo arricchito da un’ importante esperienza umana e professionale fatta all’estero.  

Velasco ha un buon impatto con la pallavolo italiana. La squadra ottiene buoni risultati che gli consentono di rimanere sulla panchina di Jesi due stagioni. La società marchigiana, pur contenta del suo operato, si vede però costretta a non rinnovargli il contratto a causa abbandono della sponsorizzazione “Tre Valli”. Julio non ha altre proposte di lavoro e pensa ad un ritorno anticipato in patria quando inaspettatamente gli arriva la chiamata di un nostro club di serie A1. La telefonata non giunge da un club qualsiasi, tutt’altro.

Ma non anticipiamo troppo i tempi e trasferiamoci nella terza tappa della nostra storia. Dalla piccola Jesi, risalendo lo stivale, giungiamo a Bologna, la Dotta. Siamo nell’estate del 1985 e la bologna pallavolista è in festa per un finale di stagione incredibile. I Playoff scudetto hanno decretato che a sfidarsi per la conquista del tricolore saranno la super favorita Panini Modena e l’outsider Mapier Bologna.

Modena, dove lo scudetto manca dalla stagione 1975/76, ha affidato al tecnico Andrea Nannini una vera e propria corazzata. Pupo Dall’Olio, il miglior palleggiatore italiano dell’epoca, è in cabina di regia e opposto a lui, a randellare da ogni zona del campo, c’è lo straordinario martello argentino, Raul Quiroga. Attaccanti di posto quattro sono il più forte schiacciatore italiano, “mano di pietra” Franco Bertoli e l’esperto Mauro Di Bernardo, nazionale italiano, e giocatore di grande classe. Al centro della rete c’è l’esperto Giancarlo Dametto, fenomenale a muro, affiancato dal golden boy della pallavolo italiana, Andrea “Lucky” Lucchetta. In panchina, a scalpitare per trovare un posto da titolare, c’è un giovane schiacciatore di Cavriago, quel Luca Cantagalli che diventerà un’icona della nostra pallavolo. Un super sestetto allestito con un solo obiettivo: vincere.

A Bologna il tecnico Nerio Zanetti ha fatto invece le cose in “economia”, costruendo il suo gioiellino attorno al martello italo - canadese Stelio De Rocco e al geniale palleggiatore Marco Venturi, estroso mancino dalle mani d’oro già a Sassuolo e a Modena. Angelo Squeo, Leo Carretti e Antonio Babini sono gli altri punti di forza del sestetto felsineo. Sulla carta non c’è partita ma, come si suol dire, la palla è rotonda e alla fine sarà proprio la Mapier Bologna a prevalere. I bolognesi sono campioni d’Italia per la terza volta, dopo i due precedenti titoli conquistati dall’allora Virtus Pallavolo Bologna nelle stagioni 1965/66 e 1966/67.

E se Bologna ride, Modena, la quarta e ultima tappa del nostro viaggio pallavolistico, piange. La città della Ghirlandina, è famosa nel mondo per la Ferrari, la Lamborghini, le tigelle e per la sua squadra di pallavolo che, grazie alla passione dei fratelli Panini e alla competenza del Professor Anderlini, vero e proprio pioniere di questa disciplina, hanno nel corso degli anni costruito un impero nel mondo del Volley. La sconfitta con Bologna, assolutamente inattesa, è una vera e propria mazzata sia per la società gialloblu che per l’intera città. Ed è talmente dolorosa da costare la panchina al tecnico Andrea Nannini, una bandiera della pallavolo italiana dell’epoca.

Gli emiliani si buttano quindi alla ricerca di un nuovo tecnico. I nomi che si fanno sono quelli dei più altisonanti allenatori italiani e stranieri. Ma come spesso accade in questi casi, la scelta dei dirigenti modenesi stupisce tutti. Con una vera e propria scommessa Modena decide di affidare la panchina ad un allenatore proveniente dalla serie A2 e precisamente da Jesi: Julio Velasco.

Già la stagione precedente i modenesi avevano tastato il polso al tecnico argentino per affidargli il ruolo di vice Nannini, ottenendo dallo stesso un secco rifiuto. Rifiuto che aveva in qualche modo colpito la dirigenza modenese dal momento che nessuno prima di allora si era permesso di rifiutare la panchina di Modena, nemmeno come secondo allenatore. E chissà se fu proprio quella dimostrazione di carattere e di personalità a convincere la dirigenza modenese ad affidare la panchina al giovane tecnico argentino. Questa volta però non più come vice allenatore ma come Head Coach.

Velasco accetta l’incarico. Si trasferisce in Emilia con un solo anno di contratto, insieme ad un altro allenatore di Jesi, Paolo Giardinieri, che diventa non solo il suo scoutman, ma uno dei suoi uomini di fiducia, che lo seguirà per buona parte della sua lunga carriera.

A Velasco viene consegnata la stessa squadra dell’anno precedente. Trova alcuni giocatori che segneranno la storia del volley italiano e mondiale nel decennio seguente quali Luca Cantagalli, Lorenzo Bernardi e Andrea Lucchetta, oltre agli esperti Pupo Dall’Olio e Franco Bertoli considerato lo schiacciatore italiano più forte del momento. L’organico comprende anche i due formidabili “gauchos” Esteban Martinez e Raul Quiroga e ottimi giocatori quali il centralone Dametto, l’universale Di Bernardo, il secondo palleggiatore Sacchetti e il giovane Andrea Ghiretti.   

IL tecnico argentino arriva a Modena con la stessa forza con cui uno tsunami travolge e distrugge tutto ciò che trova davanti a sé. Imposta una strategia di totale rottura con il passato sia riguardo la gestione del gruppo squadra che i sistemi di allenamento, imponendo sedute durissime sia dal punto di vista fisico che mentale che portano la squadra allo sfinimento tutti i giorni. Le ore di allenamento quotidiano vengono praticamente raddoppiate.

La squadra subisce qualche inevitabile contraccolpo dal momento che si trova a dover metabolizzare questo grande cambiamento metodologico e accusa pertanto qualche passo falso. Poi, settimana per settimana, mese per mese, consapevolizzando i tangibili miglioramenti che questo tipo di lavoro stava producendo sia a livello individuale che di squadra, il gruppo accetta e accoglie le innovazioni del suo nuovo tecnico. Nella seconda parte della stagione cambia marcia e torna a giocarsi lo scudetto contro Bologna. Questa volta però con un risultato completamente diverso rispetto a quello di dodici mesi precedenti, con i gialloblu che vinceranno lo scudetto in sole tre, seppur combattute, partite.

Modena torna ad essere campione d’Italia dopo ben dieci anni e Velasco diventa il re della città.

Nella stagione seguente alla truppa si è aggiunto Fabio Vullo. Palleggiatore proveniente da Torino che prende il posto di Pupo Dall’Olio. Modena ha deciso di sacrificare il Pupo nazionale investendo su questo giovane alzatore toscano ritenuto da tutti il prototipo del palleggiatore moderno: alto, forte a muro, dal palleggio pulito e dall’ottima visione di gioco. Il tutto unito ad uno stile di leadership piuttosto marcato.

Un innesto che pone i modenesi come una vera e propria schiacciasassi. Ma la doccia fredda è dietro l’angolo. A poche settimane dall’inizio della stagione la federazione argentina, per rendere maggiormente competitivo il proprio campionato, decide di chiudere le frontiere, impedendo ai giocatori di interesse nazionale di poter espatriare. Esteban Martinez e Raul Quiroga, due importanti punti di forza del sestetto gialloblu non potranno quindi essere della partita. A Modena vengono offerti buoni giocatori ma nessun campione vero  e a quel punto Velasco compie una scelta che spiazza tutti: la Panini giocherà la stagione ‘86/’87 senza stranieri. Li sostituirà con due giovani: Lorenzo Bernardi, diciottenne acquistato come palleggiatore del futuro ma trasformato in schiacciatore ricevitore e Andrea Ghiretti, classe 1964, universale d’attacco.

La dirigenza modenese appoggia la scelta del tecnico argentino e la squadra si presenta ai blocchi di partenza con Vullo in palleggio e Bertoli opposto, Andrea Lucchetta e il forte e giovane martello Luca Cantagalli al centro della rete, mentre a ricevere e schiacciare da posto quattro saranno Lorenzo “Lollo” Bernardi e Andrea Ghiretti. Al termine della regular season Modena è seconda con 17 vittorie e 5 sconfitte dietro alla Santal che nel frattempo ha fatto sedere in panchina Gian Paolo Montali, subentrato a stagione in corso al Professor Alexander Skiba.  

I Play off per i modenesi iniziano con lo scoglio Enermix Milano, una buona squadra guidata in panchina dall’esperto Coach Edelstein che schiera atleti del calibro dello statunitense Berzins, del nazionale italiano MIlocco, della giovane promessa Claudio Galli, e dell’esperto Lazzeroni in palleggio. Solo con un tiratissimo 3-1 alla terza partita, gli uomini di Velasco eliminano i meneghini, accedendo quindi alle semifinali dove li aspetta il Kutiba Falconara di Marco Paolini, squadra rivelazione della regular season. Saranno necessarie cinque tiratissime ai modenesi partite per eliminare i biancoverdi che, con Pippi Lombardi in palleggio, il compianto Badiali opposto, Andrea Anastasi e Nilsson in banda e Tillie e Masciarelli al centro, venderanno più che cara la pelle.

Ad attenderli in finale c’è la Santal Parma che, partita dopo partita, è cresciuta sempre di più ed ha eliminato la Tartarini Bologna in una semifinale di quattro partite. Finale che si rivelerà combattutissima dal momento che ci vorranno cinque gare per decretare la squadra campione d’Italia. Nella quinta sfida, quella decisiva per l’assegnazione del titolo, i ducali devono fare a meno del palleggiatore titolare, il transalpino Alain Fabiani, infortunatosi e sostituito per altro più che egregiamente, dal vice Giulio Belletti.

Modena espugna il PalaRaschi con un 3-0 frutto di una pallavolo praticamente perfetta.

Velasco vince anche questa scommessa ed è nuovamente Campione d’Italia.

Le successive due stagioni, 87/88 e 88/89 sanciranno l’egemonia di Modena e di Parma, dal momento che saranno sempre queste due squadre a giocarsi il titolo.

Nell’estate del 1987 Modena recupera Raul Quiroga tornato dall’Argentina ma un tremendo infortunio ad un occhio arresta definitivamente la carriera di Andrea Ghiretti, il giovane attaccante parmigiano di nascita che l’anno precedente è stato una delle rivelazioni più importanti della squadra modenese e di tutta la nostra serie A1. Sarà un testa a testa tra Modena e Parma, che nel frattempo ha acquistato il carismatico palleggiatore della nazionale USA, Dusty Dvorak. Alla fine, saranno i gialloblu modenesi a spuntarla grazie ad un super sestetto composto da Vullo e Quiroga opposti, Cantagalli e Lucchetta al centro, Bernardi e Franco Bertoli schiacciatori.

La stagione 88/89 vede Parma sostituire lo svedese Gustafsson con lo spettacolare nazionale brasiliano Renan Dal Zotto. Modena da par suo ingaggia il centrale USA Partie, giocatore poco appariscente ma regolare in attacco e granitico nel fondamentale del muro, consentendo così a Cantagalli di poter tornare a randellare dal posto quattro, il suo ruolo naturale. Quiroga, nel frattempo si è trasferito a Montichiari e Velasco lo ha sostituito con il poliedrico e talentuoso Lollo Bernardi, sistemato nel ruolo di opposto a Vullo. L’assetto di squadra prevede inoltre Lucchetta e Partie al centro con Cantagalli e l’esperto Bertoli, sempre più uomo d’ordine, in posto quattro.

La finale è sempre contro Parma, esattamente come nei due anni precedenti. Ma questa volta non è necessario arrivare alla quinta partita dal momento che Modena la spunta in sole quattro partite, con un netto 3-0 in gara 4 al PalaPanini che non ammette repliche.

E’ il quarto scudetto consecutivo dei Velasco sulla panchina modenese.

Al termine di quella stagione, dopo i quattro scudetti vinti sotto la Ghirlandina Velasco accetta la proposta della Federazione Italiana Pallavolo diventando allenatore della nazionale italiana di pallavolo.

Per lui, che viene da quattro titoli italiani consecutivi vinti il rischio di bruciarsi è notevole, dal momento che in quegli anni la nazionale italiana di pallavolo si colloca nella seconda fascia del ranking mondiale. Al mondiale del ‘86 siamo undicesimi e alle Olimpiadi del 1988, a cui partecipiamo solo grazie al boicottaggio di Cuba, siamo solo noni sulle dodici nazionali partecipanti.  

Julio vuole cambiare la storia pallavolistica del nostro paese ed è convinto che ci siano le possibilità farlo. Il terreno su cui lavorare è fertile dal momento che a livello individuale la qualità dei giocatori c’è.  La conditio sine qua non è però legata a quanto i giovani talenti di cui dispone la nostra pallavolo sono disposti a dare per arrivare ad essere una grande squadra.

Per ottenere queste risposte, ancor prima di diramare le prime convocazioni, chiede ai dirigenti federali di sondare gli atleti da lui individuati, chiedendo loro disponibilità incondizionata al suo progetto. Nessuno dovrà parlare di premi, di alberghi, di vacanze, di titolari e riserve, ma soltanto offrire la propria adesione incondizionata al progetto, dal momento che nessuno può permettersi di snobbare la nazionale.

Chi è d’accordo è dentro, chi non lo è resta fuori. Non verrà nemmeno convocato in modo tale da non dover fornire alcun tipo di giustificazione alla sua rinuncia all’azzurro. Sarà Velasco stesso ad assumersi la mancata convocazione di qualche “big”.

Cosa che puntualmente avviene con la prima convocazione dove farà scalpore l’assenza di Fabio Vullo, da tutti considerato il miglior palleggiatore italiano, e la contestuale presenza di un giovane alzatore marchigiano, Paolo Tofoli, atleta di Padova con cui non ha mai vinto nulla, a differenza di Vullo che scudetti ne ha vinti a ripetizione. Ma per Velasco, in nazionale c’è posto solo per chi si rende disponibile in maniera totale alla causa e per chi dimostra di essere il migliore per l’impegno, il carattere, e per voler combattere su ogni pallone, e non per il cognome che porta.  

Al primo incontro con la squadra Julio comunica le sue intenzioni, che risultano essere di standard particolarmente elevato. La nazionale italiana dovrà infatti diventare una tra le quattro squadre più forti del mondo nel giro di due anni e una tra le migliori due in quattro anni. Per centrare questi obiettivi la sua strategia è quella di disputare il maggior numero possibile di partite internazionali contro squadre di primo livello. Questo per misurarsi costantemente con i migliori giocatori del mondo. Atleti che dovranno diventare i modelli a cui i nostri atleti dovranno tendere ed uniformarsi.

E’ finito il tempo di spiegare le sconfitte con motivi esterni alla squadra. Se si perde è perché si gioca peggio degli altri. Stop alla cultura degli alibi.

Infine, un sostanziale stravolgimento dei premi. Nessun premio per piazzamenti fuori dalla zona medaglie e un premio cospicuo solo in caso di vittoria.

Julio ripropone in maglia azzurra quello che aveva già fatto a Modena, vale a dire un grande cambiamento sia a livello di mentalità che riguardo al lavoro in palestra. Si passa da un sistema di lavoro piuttosto generico, con allenamenti improntati alla tecnica analitica, individuale, ad un sistema innovativo, globale, basato su situazioni di gioco reali, esercitazioni a punteggio, continua richiesta di grande agonismo e sistemi di gioco innovativi come quello dei due ricevitori, sulla falsa riga del modello statunitense.

Ci sono alle porte le qualificazioni per l’Europeo e il tempo per prepararle è pochissimo. Non c’è tempo per fare esperimenti. Velasco, con scelte nette, decide allora quello che sarà il suo sestetto base. Parla con chi titolare non sarà, prospettandogli un’estate fatta di duro lavoro e di poco spazio in campo. Chi è d’accordo bene, chi non lo è resta a casa ed entra un altro. Potrà anche trattarsi di un atleta meno forte, ma soddisfatto del ruolo pensato per lui.

Quella del 1989 sarà un’estate massacrante. Trasferimenti in ogni angolo del mondo per giocare il maggior numero possibile di partite con grande valore tecnico e per forgiare un gruppo fatto di atleti che, senza mai lamentarsi di nulla, dovevano essere pronti a qualsiasi tipo di sacrificio pur di arrivare all’obiettivo che si sono dati.

Si va all’Europeo di Stoccolma con Tofoli titolare al palleggio e De Giorgi sua riserva, Zorzi opposto, Bernardi e Cantagalli martelli titolari con Anastasi, Bracci e Margutti riserve. Gardini e Andrea Lucchetta sono i due centrali e Masciarelli è il loro primo cambio con Gilberto Passani jolly d’attacco pronto a subentrare in qualsiasi momento sia al centro della rete che in zona due.  

La nazionale italiana arriva in semifinale vincendo il proprio girone davanti alla nazionale svedese. Semifinale nella quale rifila un netto 3-0 all’Olanda, una delle grandi favorite al titolo. In finale ritroverà i padroni di casa della Svezia che, guidati da uno straripante Bengt Gustafsson, hanno eliminato a sorpresa la grande nazionale sovietica. Nella finale in programma il 1° ottobre a Stoccolma la nazionale di Velasco trionfa con un netto 3-1. E' il primo oro della pallavolo italiana in una manifestazione internazionale di primo piano.

Da quel momento inizia la grande epopea di questa straordinaria nazionale, che verrà denominata la generazione di fenomeni. Squadra che con Velasco in panchina, tra il 1989 e il 1996, conquisterà la bellezza di 2 Campionati mondiali, 3 Campionati europei, 5 World League, 1 Grand Champions Cup, 1 World Top Four, 1 Coppa del Mondo e 1 World Super Challenge

Rispetto alla squadra campione d’Europa a Stoccolma nel corso degli anni entreranno a far parte del gruppo altri grandissimi giocatori, che hanno fatto la storia della pallavolo italiana, quali Andrea Giani, Samuele Papi, Claudio Galli, Pasquale Gravina, il compianto Vigor Bovolenta, Marco Martinelli, Michele Pasinato e tanti altri ancora.

La Plata, Jesi, Bologna, Modena. Quattro città e quattro tappe senza le quali il destino della pallavolo italiana probabilmente non sarebbe stato lo stesso.

Parlare di Julio Velasco come un’icona della pallavolo riguardo ai suoi successi è infatti qualcosa di assolutamente riduttivo. Julio ha fatto ben di più. Ha consacrato la pallavolo come sport nazionale.

Prima di Stoccolma, l’attenzione dei media italiani nei confronti della pallavolo non era particolarmente elevata. Ma da quell’1 ottobre 1989, le schiacciate di Zorzi, Bernardi e Cantagalli, i palleggi di Tofoli, i primi tempi di Gardini e i muri di Lucchetta sono entrati prepotentemente nelle case di tutti gli italiani avvicinando il grande pubblico alla pallavolo e trasformandola in pochi anni in uno tra gli sport più praticati e più seguiti d’Italia. Un merito che, con ogni probabilità, conta ben di più dei tanti trofei vinti.

 

 

 

 


martedì 27 ottobre 2020

LA FAVOLA DEL GRANDE CUS TORINO. Di Filippo Vagli


Alla fine degli anni 70 Torino è una città ferita. Alle ore 13,55 del 16 novembre del 1977, il giornalista e scrittore Carlo Casalegno mentre sta facendo ritorno a casa, viene raggiunto da quattro colpi di pistola sparati in pieno volto da un gruppo appartenente alla colonna torinese delle Brigate Rosse. La sua colpa, pubblicare articoli dal contenuto ostile alla lotta armata che in quegli anni insanguinava il nostro paese. Casalegno, pur avendo subito gravissime lesioni non muore subito. Morirà tredici giorni dopo, Il 29 novembre del 1977.

La Torino di quegli anni sta vivendo l’immenso fenomeno dell’immigrazione di massa dal sud della penisola. La Fiat, la grande industria automobilistica della famiglia Agnelli diventata tale negli anni del boom economico italiano, quelli compresi tra gli anni cinquanta e sessanta, richiama nella città piemontese migliaia e migliaia di persone tra operai ed impiegati. Il capoluogo piemontese è il simbolo della lotta di classe attraverso i suoi due estremi. L’immensa imprenditoria piemontese, che si ritrova per il thé nei salotti borghesi del centro e a pochi chilometri di distanza, nelle periferie torinesi, gli operai, le tute blu. Migliaia di immigrati da ogni parte d’Italia che vivono in edifici fatiscenti, ubicati in strade spesso prive delle opere di urbanizzazione primaria. Quartieri dormitorio in cui le persone si incrociano soltanto nell’andare e nel tornare dalla grande fabbrica.

Torino è una città in grande fermento. Lo è anche dal punto di vista sportivo. In città ci sono due squadre di calcio: la Juventus, la squadra dei “padroni” e il Torino, la squadra del “popolo”. Entrambe sono ai vertici del calcio italiano. Sono gli anni di Zoff, Cabrini e Pablito Rossi così come gli ultimi squilli di tromba del “poeta” Claudio Sala e dei “gemelli del gol” Pulici e Graziani. Ma oltre al calcio c’è un altro fenomeno sportivo che sta iniziando a far parlare di sé in città. La squadra di pallavolo, il Cus Torino Volley.

La società, fondata nel 1952, a metà degli anni ’60 approda nella serie cadetta. Vi rimane fino al 1972, anno in cui ottiene la promozione in serie A. La stagione 1972/73 è quella che vede per la prima volta la squadra giocare nella massima serie. E’ allenata da Franco Leone e schiera una rosa composta da Candia, Centalla, Fasson, Forlani A., Forlani G., Gatti, Gioia, Martorano, Pellissero, Piola, Scaccabarozzi, Cholov, Testori, Tori e un giovanissimo Gianni Lanfranco. Lanfranco è un ragazzo torinese di sedici anni che ha iniziato a praticare sport giocando come portiere nelle giovanili del Torino. Negli anni del liceo il professore di educazione fisica lo “arruola” per la squadra di volley, sport verso il quale Lanfranco possiede un vero e proprio talento. Per lui bagher, alzate, schiacciate e muri sono veri e propri talenti che la natura gli ha donato. Lanfranco li esegue con grande naturalezza e senza alcuna fatica. Tutto questo, congiuntamente a doti di salto fuori dal comune lo convincono a traslocare verso il volley. Diventerà un giocatore universale. Prima un palleggiatore con spiccate doti anche di schiacciatore e poi un centrale, uno dei centrali più forti al mondo, di fatto un’icona, l’idolo della pallavolo italiana degli anni Settanta e Ottanta.

Nella stagione 1972/73 sono Ruini Firenze, Panini Modena e Lubiam Bologna a contendersi lo scudetto. Torino fatica a stare a quei livelli e chiude la stagione al terzultimo posto con otto punti frutto di quattro partite vinte e ben diciotto perse. Teoricamente sarebbe retrocessione ma l’allargamento a 14 squadre della serie A deciso dalla Federazione, ripesca tutte le retrocesse e quindi il Cus Torino è salvo.

Nella stagione successiva Torino inserisce nella rosa un paio di giocatori di ottimo livello. Diego Borgna, classe 1953, posto quattro di grande sostanza, ma soprattutto un palleggiatore che ha fatto la storia della volley, il bulgaro Dimitar Karov regista della Bulgaria quarta alle olimpiadi di Monaco 72. L’intelligenza tattica e la sapienti mani del bulgaro alzano il livello qualitativo della squadra, che si classifica al quinto posto finale con 32 punti.

Ma è nell’anno successivo, stagione 1974/75, che il Cus Torino cresce in maniera esponenziale e sfiora la conquista dello scudetto. In un epoca in cui ancora non esistevano i playoff si classifica seconda, con solo due punti in meno dell’Ariccia Roma di Renato Ammannito che può schierare un sestetto composto da Mario Mattioli in cabina di regia, dal lungagnone Di Coste opposto, da Salemme e Coletti centrali ed infine dalla coppia Nencini - Kirk Kilgour, lo statunitense volante, a schiacciare da posto quattro.

Torino ci prende gusto e la stagione successiva, 1975/76, regala al Cus la novità dello sponsor “Klippan”, che porta una ventata d’ossigeno nelle casse della società piemontese. L’ex tecnico - factotum Franco Leone, che a Torino è un istituzione della pallavolo, prende posto dietro la scrivania più importante della società e fa accomodare in panchina il bulgaro Karov, utilizzandolo nel doppio ruolo di allenatore – giocatore. Per irrobustire il reparto degli schiacciatori scippa la Panini Modena di uno dei giocatori più forti d’Italia, l’esperto e pluriscudettato Andrea Nannini, 31 anni, di ruolo universale e straordinario ricevitore. Sarà proprio una lotta testa a testa tra Torino e Modena, il leitmotiv dell’intera stagione. Le due compagini concludono la stagione a pari punti e servirà uno spareggio al PalaLido di Milano per assegnare il titolo di Campione d’Italia. Saranno i modenesi, che schierano un 4-2 con Dall’Olio e Morandi in cabina di regia, Skorek e Montorsi centrali con grandi doti di attaccanti (Skorek attacca anche dalla seconda linea, rarità assoluta per la pallavolo di quegli anni) e Sibani e Giovenzana schierati nel ruolo di schiacciatori, ad avere la meglio con un 3-0 senza storia (15-12, 15-12, 15-5 i parziali)  

I dirigenti di Torino sono convinti che l’epoca Karov stia volgendo al termine e per sostituirlo si rivolgono ad un esperto palleggiatore cecoslovacco, il fuoriclasse Jiri Svoboda, già campione d’Italia con la Pallavolo Parma nella stagione 1968/69 . Karov non gradisce la scelta e prepara le valigie, liberando oltre che il posto in regia anche quello di allenatore. Franco Leone , senza esitazione alcuna, fa accomodare in panchina un giovane tecnico, Silvano Prandi, di San Benedetto Belbo, che nel 1972 aveva terminato la carriera di atleta proprio nel Cus Torino. Un’intuizione che risulterà geniale dal momento che il “professore” (il soprannome che contraddistinguerà la carriera di Silvano Prandi) verrà consacrato alla storia come uno dei tecnici più vincenti e apprezzati della pallavolo non solo italiana ma mondiale. Prandi imposta una squadra giovane, consapevole che nel medio - lungo termine potrà diventare di primo livello. Perde Andrea Nannini che si trasferisce al Gonzaga Milano di Walter Rapetti ma questo non lo demoralizza, anzi. Sempre più convinto che la politica migliore sia quella di puntare sui giovani porta in prima squadra due giovani talenti “autoctoni”, il palleggiatore - attaccante Piero Rebaudengo, antesignano del target del palleggiatore moderno e Giancarlo Dametto, centrale dotato di uno spiccato talento naturale nel fondamentale del muro. Due atleti che nei rispettivi ruoli, diventeranno giocatori di levatura mondiale.

L’era Prandi si apre con un onorevole quarto posto, in una stagione che laureerà campione d’Italia la Federlazio Roma di Mario Mattioli. Nella stagione successiva, 1977/78, i piemontesi scaleranno un’ulteriore posizione chiudendo al terzo posto dietro a Roma e alla Paoletti Catania neo campione d’Italia.

Dopo due anni di rodaggio, nella stagione 1978/79, Prandi può presentare ai nastri di partenza una squadra che oltre al talento ha acquisito l’esperienza necessaria per affrontare da protagonista la nostra serie A. Conferma l’intera rosa di atleti in cui spicca sempre di più un giovane schiacciatore friulano, Franco Bertoli, acquistato nel corso dell’estate 1977 dalla Dermatrophine Padova, che grazie alla potenza delle sue schiacciate verrà soprannominato “mano di pietra”. Prandi, oltre che ad essere un rinomato insegnante di pallavolo, è anche un eminente studioso di tecniche e metodologie di allenamento e di gioco. E proprio studiando i migliori, vale a dire i mostri sovietici, che in quegli anni stanno dominando la scena mondiale, capisce che in quella pallavolo che ancora si gioca con il cambio palla, due fondamentali ancor più degli altri potevano diventare decisivi: la battuta e il muro. Saranno proprio le battute potenti e precise (Franco Bertoli sarà tra i primi a sdoganare la battuta in salto) e i muri granitici dei piemontesi a mettere il cappio al collo al cambio palla delle squadre avversarie. La Klippan schiera un 4-2 di grande sostanza con Rebaudengo e Gianni Lanfranco a smistare il traffico e ad attaccare come veri e propri martelli, Pilotti e Dametto centrali in stile sovietico dal muro invalicabile e in posto quattro due schiacciatori che si completano l’un l’altro: Bertoli martello di palla alta devastante e Borgna uomo d’ordine e di equilibrio. La squadra cresce partita dopo partita e al termine di una cavalcata straordinaria, prima affianca Modena e poi nell’ultima giornata in un PalaRuffini gremito da oltre settemila tifosi la supera, schiantandola con un 3-0 senza storia che lascerà ai canarini guidati dal Prof. Guidetti la miseria di 18 punti complessivi. Per la prima volta Torino può festeggiare uno scudetto anche nella pallavolo.  

La stagione successiva, 1979/80, è trionfale. Torino, oltre che confermarsi campione d’Italia con sei punti di vantaggio sulla Paoletti Catania, riesce a conquistare anche il trofeo continentale più ambito, la Coppa dei Campioni. E’ la prima squadra dell’Europa dell’Ovest ad aggiudicarsi il titolo di Campione d’Europa, riuscendo a battere nella Finale di Ankara, i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava con un netto 3-0.

L’estate del 1980 ha un sapore agrodolce per i piemontesi. Da un lato l’arrivo di un nuovo e ricco sponsor, Robedikappa, importante marchio torinese. Dall’altro, il “golden boy” della pallavolo italiana Gianni Lanfranco, che nel frattempo ha cambiato ruolo diventando uno dei centrali più forti del mondo, passa alla ricca Santal Parma. Il patron Callisto Tanzi gli ha offerto non solo un principesco contratto ma anche il ruolo di testimonial della squadra emiliana. Franco Leone non può dar nulla per trattenerlo a Torino ma riesce a sostituirlo con un altro totem della pallavolo europea, il bulgaro Dimitar Zlatanov. Il centralone dell’est europeo, alto, potente ed esperto, ha appena vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Mosca e non fa rimpiangere il Gianni nazionale. Prandi da buon stratega ha modificato il modulo di gioco passando alla formula del palleggiatore unico, Rebaudengo e inserendo l’universale Pilotti nel ruolo di opposto. Zlatanov e Dametto sono le due saracinesche al centro della rete, mentre Bertoli e Borgna continuano ad essere la coppia di martelli più efficace della nostra serie A. La squadra si laurea Campione d’Italia con quattro giornate di anticipo vincendo tutte le ventidue gare in programma perdendo soltanto sette set nell’intero campionato. Un vero e proprio rullo compressore. Le cose non vanno altrettanto bene in Europa. Il sorteggio dei quarti di finale non è benevolo per i piemontesi che nell’urna pescano i fortissimi sovietici del CSKA Mosca di Savin, Moliboga e Pancenko, che si aggiudicano entrambe le gare di andata e ritorno eliminando gli uomini di Prandi.

La stagione 1981/82 porta con sé una novità rivoluzionaria per la pallavolo italiana: l’introduzione dei playoff scudetto, e dopo due scudetti consecutivi la Robedikappa dovrà lasciare strada ad una grandissima Santal Parma. I parmensi, guidati dal funambolico Kim Ho Chul in cabina di regia, si classificano al secondo posto in regular season ma nei play off sciorinano le loro migliori prestazioni stagionali, eliminando prima il Latte Cigno Chieti e poi la Panini Modena. La gara due della semifinale tra Panini e Santal rimarrà storica per il 3-0 a tavolino a favore degli emiliani (sul campo la vittoria era andata a Modena per 3-1) a causa dell’infortunio occorso al palleggiatore Kim Ho Chul, ferito al viso da una monetina lanciata in campo da un tifoso modenese durante l’incontro stesso. Gara 1 e gara 2 della finale si chiudono entrambe 3-0 per la squadra di casa e si va quindi a gara 3, dove gli uomini di mister Claudio Piazza si impongono con un perentorio 3-1 davanti a dodicimila persone che gremiscono gli spalti del Palazzo della Vela di Torino. Nemmeno l’Europa sorride a Rebaudengo. Dopo aver eliminato gli ostici Cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava, i torinesi conquistano l’accesso alla Final Four di Parigi insieme agli ellenici dell’Olympiakos di Atene, ai rumeni della Dinamo Bucarest e i mostri sacri sovietici dell’Armata Rossa di Mosca, quel CSKA che pare essere imbattibile. Nella capitale francese la squadra Italiana parte bene battendo piuttosto agevolmente sia i greci che i rumeni, ma nella terza partita si deve arrendere allo strapotere dell’orso sovietico che con un 3-1 impone la sua implacabile legge. 

L’estate del 1982 vede un profondo rinnovamento in casa Kappa. Hanno salutato la compagnia Diego Borgna con destinazione Pescara e Zlatanov attratto dagli yen Giapponesi. Leona e Prandi li hanno sostituiti con lo yankee Tim Howland e con il giovane Guido De Luigi. Howland è un ventitreenne di Los Angeles di 194 centimetri. Fisico scultoreo, proviene dal Beach Volley e si destreggia con estrema padronanza in tutti i fondamentali. Genio e sregolatezza, eccentrico, stravagante, con una vita privata ricca di eccessi, ma nello stesso tempo grandissimo professionista e trascinatore in palestra. Lo statunitense verrà schierato da Prandi nel ruolo di schiacciatore di posto quattro dove grazie alla sua grande personalità abbinata a doti fisiche e tecniche di prim’ordine risulterà essere uno degli schiacciatori migliori della nostra serie A. Guido De Luigi, torinese di 19 anni e 199 centimetri, proviene dalla “cantera” torinese e come tutti i centrali di scuola Prandi non è particolarmente appariscente ma molto efficace, soprattutto nel fondamentale del muro. Torino vince la regular season con quattro punti di vantaggio sulla Santal Parma dopo un testa a testa durato tuta la stagione. I play off iniziano bene. Elimina in due partite il Gandi Firenze allenato da Mario Mattioli ed in semifinale la Panini Modena. In finale, esattamente come dodici mesi prima, ritrova la Santal. Gara 1 è un netto 3-0 a favore di Torino, che sembra far presagire un ritorno dello scudetto sotto la Mole. Parma però ha sette vite. Risorge in gara 2 con un tiratissimo 3-2 e si impone in gara tre, dove avrà la meglio espugnando il PalaRuffini con un 3-0 al termine di una partita perfetta. Per il secondo anno consecutivo la Kappa Torino non ha fortuna nemmeno in campo europeo. Riesce ad accedere alla finale di Coppa delle Coppe ma ne esce sconfitta dai sovietici dell’Autolobilst di Leningrado guidati magistralmente in regia da un sontuoso Viceslav Zaitsev.

L’annata 1983/84 è quella in cui la Federazione Italiana Pallavolo concede ai nostri club la possibilità di tesserare il secondo straniero. Torino deve registrare l’ennesimo brutto colpo: Franco Bertoli, dopo sei stagioni passate a randellare al PalaRuffini saluta Prandi e compagni e si accasa nella ricca Modena che gli offre un contratto principesco. Più che un buco, la perdita di Bertoli apre una vera e propria voragine nell’assetto offensivo del sestetto torinese per colmare la quale sarà necessaria una maestosa intuizione di Leone e Prandi. I due, fini conoscitori della pallavolo europea e mondiale, avevano da tempo messo gli occhi su un ventenne svedese, Bengt Gustafson. 195 centimetri di potenza pura, l’atleta nordico è dotato di un salto naturale impressionante, di un’ottima tecnica individuale, di una “spallata” che impressiona e non per ultimo di una smisurata bellezza stilistica. Decidono di portarlo a Torino e non avranno da pentirsene dal momento che Bengt diventerà uno dei martelli più forti di tutti i tempi della pallavolo mondiale. Ai nastri di partenza le grandi favorite sono Parma, campione uscente, e Modena che con gli acquisti di Franco Bertoli, Ljubomir Travica, potente martello jugoslavo e Gianmarco Venturi, fantasioso palleggiatore romagnolo ha consegnato al neo tecnico Andrea Nannini una vera e propria fuoriserie.

Tra le due litiganti, sarà però proprio Torino a godere. Nel “PrandiLab” lavorando e sudando in silenzio, i piemontesi stanno costruendo un gioiellino perfetto. L’anno precedente avevano acquistato un giovanissimo talento toscano, Fabio Vullo, 198 centimetri di tecnica e personalità. Vullo palleggia come i miglior alzatori, attacca con l’efficienza dei re della schiacciata ed in campo mette in mostra una personalità impressionante per la sua giovane età. Prandi, considerando le caratteristiche dei propri giocatori, rispolvera il modulo 4-2 che ormai tutti avevano messo in soffitta e schiera Piero Rebaudengo e Fabio Vullo a fare gioco e a randellare da posto due. Al centro della rete affianca al re dei muri Giancarlo Dametto il giovane Fabio De Luigi, atleta di grande sostanza ed efficacia nei fondamentali del muro e dell’attacco di primo tempo. In posto quattro, insieme al californiano Tim Howland, c’è Bengt Gustafson, lo svedese volante. Torino vince la regular season con venti vittorie su ventidue gare e ai play off è un vero e proprio rullo compressore. Nei quarti di finale elimina il Kutiba Falconara di Marco Paolini con un doppio 3-1, ed in semifinale regola i bolognesi della Bartolini anch’essi in due partite. Completa la sua straordinaria cavalcata vincendo la finale scudetto in sole due partite, nelle quali, al termine di due gare perfette (3-0 a Torino e 3-1 a Parma) batterà la Santal Parma con i due martelli Howland e Gustafson sugli scudi. A mettere la ciliegina sulla torta arriva anche la vittoria in Coppa delle Coppe contro gli iberici del Club Voleibol Pòrtol

Alla termine di quella straordinaria stagione Torino perde la sponsorizzazione Robe di Kappa. Tornerà a giocare prima come Cus Torino e poi per tre successive annate con lo sponsor Bistefani. A causa di un budget che anno dopo anno si riduce sempre di più, Torino è costretta a privarsi uno ad uno dei suoi gioielli. I primi ad andarsene, nella stagione 1984/85, saranno il palleggiatore Piero Rebaudengo alla volta di Parma e il centrale Dametto che si accaserà sempre sull’asse della via Emilia, a Modena. Nella stagione successiva saluteranno Torino Bengt Gustafson, direzione Parma, Howland, Kutiba Falconara mentre Vullo saluterà la Mole nella stagione 1986/87 trasferendosi a Modena per occupare la cabina di regia lasciata vacante dal grande Pupa Dall’Olio. Della grande squadra del 1983/84 rimangono solo Guido De Luigi in campo e Silvano Prandi in panchina. La perdita di tutti questi campioni, l’allontanamento da parte dei principali sponsor e i costi di gestione sempre più rilevanti di una pallavolo italiana lanciatissima verso il professionismo, costringono il club torinese a rinunciare all’iscrizione del campionato 1988/89. Cederà il titolo sportivo a Cuneo, piazza che negli anni 90/2000 diventerà di primo livello nazionale. Torino sparisce dai radar della grande pallavolo ma quei sedici anni vissuti ai vertici della pallavolo italiana rimarranno scolpiti per sempre nella storia dello sport del nostro paese. Perchè quella squadra, fatta di grandi uomini e di grandi campioni, con i suo record delle 51 partite di campionato vinte consecutivamente (dal 12 gennaio 1980 al 10 marzo ’82), con i 46 successi consecutivi al PalaRuffini, con le sei Regular Season consecutive chiuse al primo posto e con la prima Coppa dei Campioni vinta da un club italiano, è passata direttamente alla leggenda.

 

 


 

giovedì 22 ottobre 2020

LA STAGIONE ‘83/’84, QUELLA DEL DOPPIO STRANIERO

 


Un dibattito che da sempre caratterizza gli innumerevoli bar sport sparsi un po’ in tutt’Italia riguarda i troppi atleti stranieri presenti nei nostri campionati. Su quell’insidioso terreno si scontrano due opposte filosofie, in perfetto stile Guelfi e Ghibellini. Da una parte chi afferma che i giocatori stranieri siano in grado di apportare un netto miglioramento al nostro campionato, alzandone l’asticella della tecnica, della personalità e della qualità. Dall’altro chi è invece convinto che un numero troppo elevato di atleti provenienti da altre federazioni finisca solo per togliere spazio vitale ai giovani talenti italiani impoverendo di fatto il nostro movimento nazionale.

Ma al di là di ogni possibile e legittima considerazione, noi italiani per quanto riguarda lo sport abbiamo un’accentuata tendenza a mitizzare gli altri. In poche parole, siamo spiccatamente esterofili. Nutriamo grande ammirazione per i giocatori stranieri e ogni estate aspettiamo con inquietudine e grande interesse il nome del nuovo acquisto straniero della nostra squadra del cuore.  

Per la pallavolo italiana, che da questo punto di vista non fa differenza rispetto agli altri sport, la grande svolta avviene nell’estate del 1983, quando la Fipav decide di sdoganare la possibilità di poter tesserare due giocatori stranieri per squadra, pur con la netta contrarietà di due top club dell’epoca quali Kappa Torino e Panini Modena.

In quella stagione la nostra serie A1, con la Santal Parma campione d’Italia uscente e squadra da battere, vede ai nastri di partenza dodici squadre. La maggior parte degli addetti ai lavori è convinta che chi riuscirà a dotarsi della miglior coppia di atleti stranieri, diventerà con ogni probabilità la prima rivale degli emiliani.

I campioni d’Italia in carica, guidati da mister Claudio Piazza, affiancano al funambolico regista coreano Kim Ho Chul il “gaucho” Hugo Conte. Atleta quest’ultimo che, nella Coppa dei Campioni della stagione precedente, in coppia con il palleggiatore transalpino Alain Fabiani tanto male le aveva fatto, infliggendole nella prima giornate della final four (svoltasi proprio a Parma) un cocente quanto inaspettato 3-1. Conte, 198 centimetri di altezza, è il classico universale d’attacco, specializzato in azioni offensive rapidissime portate da ogni zona del campo. E’ inoltre uno dei precursori della battuta in salto spin, fondamentale che esegue con grande efficacia creando non poche difficoltà alla linea di ricezione delle squadre avversarie. L’argentino farà bene in Coppa dei Campioni, contribuendo con ottime prestazioni alla conquista della prima Coppa continentale del club ducale in quel di Basilea. Non riuscirà però a ripetersi in campionato, offrendo prove non sempre adeguate alle grandi aspettative che lo avevano accompagnato al suo arrivo a Parma. Performance che non gli garantirono la riconferma per la stagione successiva con la conseguente cessione alla Victor Village Ugento, appena retrocessa in serie A2. Nel corso della sua lunghissima carriera Hugo Conte vestirà poi la maglie di Catania, Modena, Cuneo, Milano, per far ritorno a Parma nella stagione 2000/2001 a concludere la sua lunghissima parentesi italiana. Medaglia di Bronzo ai Mondiali '82, il forte attaccante argentino è stato inserito nella lista dei migliori 8 giocatori di tutti i tempi stilata dalla Federazione Internazionale FIVB e nell’anno 2011 è entrato a far parte della Hall of Fame del Volley.

Modena e Torino tentano di colmare il divario con Parma ingaggiando rispettivamente Ljubomir Travica e Bengt Gustafson. Il primo, martello serbo di 197 centimetri, è il classico prototipo della grande scuola dell’Est europeo anni ’70 e ’80. Un posto quattro di grande potenza, specializzato negli attacchi di palla alta. Affiancherà in maglia gialloblu l’altro straniero già presente in organico, Esteban Martinez, velocissimo e spettacolare universale d’attacco già da un anno tesserato per la Panini. Nella città della Ghirlandina Ljubomir schiaccerà soltanto una stagione, senza per altro lasciare un segno importante. Giocherà poi diverse buone stagioni nelle nostre serie A1 e A2 a Vimercate, Padova e Milano.

Sotto la Mole arriva invece Bengt Gustafson, lo “svedese volante”, scultoreo vent’enne di 195 centimetri che diventerà l’idolo incontrastato delle tifose di tutte le città in cui transiterà sotto rete. Attaccante di classe cristallina, dotato di doti di salto monumentali, così come di un colpo d’attacco pesantissimo. Dal punto di vista stilistico ha rappresentato con ogni probabilità lo schiacciatore di riferimento a livello mondiale fino al termine degli anni ’80. Rimane a Torino per due stagioni, nelle quali forma con il californiano Tim Hovland la miglior coppia straniera della nostra serie A1, per poi trasferirsi alla Santal Parma, squadra in cui fungerà da principale terminale offensivo per ben tre stagioni, prima di accasarsi in Grecia, precisamente all’Olimpiakos di Atene. Ritornerà nella nostra serie A1 nella stagione ‘89/’90 per dare l’avvio alla formidabile epopea trevigiana della Sisley, purtroppo con poca fortuna. A metà della stagione ‘90/’91 infatti, un grave incidente stradale lo obbligherà ad interrompere prematuramente la sua splendida carriera di giocatore.

Sono però Sassuolo ed Asti, e quindi non due “top club”, a compiere due veri e propri “botti” sul mercato degli stranieri. La squadra emiliana, targata Edilquoghi, fa il grande colpo mettendo sotto contratto nientepopodimeno che  Tomasz “Tomek” Wojtowicz mentre i piemontesi, ben consigliati dal proprio coach Enrique Edelstein, ingaggiano un giovane e poco conosciuto bomber argentino, Raul  Quiroga.

Il polacco, centrale statuario di quasi due metri, è un vero e proprio eroe nazionale nel proprio paese per essere stato uno dei grandi protagonisti della famosa nazionale polacca Campione del Mondo nel 1974 e Campione Olimpica a Montreal 1976. A causa dei devastanti allenamenti imposti dal tecnico polacco Hubert Aleksander Wagner, soprannominato dai suoi giocatori “il boia” per la crudeltà dei suoi metodi di lavoro (vere e proprie sessioni al limite della sopravvivenza), Tomek arriva in Italia con ossa, muscoli, tendini e articolazioni particolarmente usurati, per usare un eufemismo. Tutto ciò non gli permette di mettere in mostra le straordinarie doti di salto e di velocità che lo avevano caratterizzato per tutti gli anni ’70, consacrandolo come il centrale più forte del mondo insieme a sua maestà Alexander Savin. La sua classe cristallina, accompagnata da un carisma che sprizza leadership da tutti i pori, consente al competente e appassionato pubblico sassolese di potersi lustrare gli occhi; fortuna che durerà solo per un anno dal momento che nella stagione successiva (83/’84) la Santal Parma lo individua come il rinforzo necessario per dare la caccia alla sua seconda Coppa dei Campioni. E mai scelta fu più azzeccata, dal momento che  Wojtowicz diventerà uno dei maggiori protagonisti delle imprese dei ducali di quell’anno che, prima espugnano la roccaforte sovietica di Riga, e poi si laureano Campioni d’Europa nella final four di Bruxelles. Wojtowicz concluderà la sua carriera italiana sparando gli ultimi colpi in attacco e a muro (le specialità della casa) prima a Ferrara e poi a Città di Castello.

Il Riccadonna Asti, come già detto, pesca il suo nuovo straniero oltreoceano e precisamente in terra argentina mettendo sotto contratto un ventunenne argentino, Raul Quiroga. Schiacciatore di posto quattro ma anche opposto all’occorrenza, 196 centimetri di salto, esplosività e potenza più unici che rari. Raul non solo sarà protagonista di una splendida stagione ad Asti, guidandola a suon di attacchi al quarto posto finale in regular season, ma negli anni successivi si consacrerà come uno degli schiacciatori più forti della storia della pallavolo. Nella stagione ‘84/’85 Quiroga si trasferirà a Modena dove verrà soprannominato “El Bombardero”, conquistando due scudetti come protagonista assoluto e diventando l’idolo della tifoseria gialloblu. Giocherà poi anche a Montichiari, Treviso e Spoleto.  

Milano targata Casio e guidata in panchina da Nino Cuco perde lo yankee Mike Dodd, ex grande giocatore di beach volley, ma acquista il martellone finlandese Mauri Lappanen, schiacciatore di grande potenza e forza fisica, mentre il Miolat Chieti di Nino Agricola affida le speranze di permanenza in serie A1 al mercato sudamericano.  Nella città abruzzese arrivano via Buenos Aires la coppia di schiacciatori comporta da Alcides Cuminetti (fratello del più famoso Juan Carlos Cuminetti che negli anni seguenti farà le fortune di Modena) e da Daniel Castellani, schiacciatore – ricevitore di stile e classe sopraffina che per tutti gli anni ‘80 illuminerà altri palasport italiani, e precisamente quelli di Falconara, Bologna Padova e Prato.   

Il campionato della stagione ‘83/’84 si presenta quindi come uno dei più belli ed incerti degli ultimi anni. Alla fine, sarà Torino a spuntarla su tutte le altre compagini, con la coppia Tim Howland e Bengt Gustafson sugli scudi. Vincerà prima la regular season con 40 punti, figli di venti vittorie e solo due sconfitte, e poi i play off  dove sconfiggerà l’acerrima rivale Santal Parma in sole due partite (3-0 nella gara d’andata e 3-1 nella gara di ritorno disputata al Pala Raschi di Parma).

Kim Ho Chul, Hugo Conte, Bengt Gustafson, Tim Hovland, Ljubomir Travica, Esteban Martinez, Tomasz Wojtowicz, Raul  Quiroga, Mauri Lappanen, Daniel Castellani. Grandi campioni che con la loro professionalità e le loro grandi qualità fisiche, tecniche e di leadership, hanno contribuito in maniera decisiva ad elevare il tasso qualitativo del nostro campionato, alzandone di gran lunga il livello tecnico.

Non a caso proprio in quell’anno l’Europa ci premierà come mai accaduto prima, con Parma trionfale in Coppa dei Campioni, Torino in Coppa delle Coppe e Modena in Coppa Cev. Così come le Olimpiadi di Los Angeles, regaleranno agli azzurri di Silvano Prandi  un insperato bronzo alle spalle di vere e proprie corazzate quali Usa e Brasile.  


mercoledì 21 ottobre 2020

LA STAGIONE 1978/79: IL POST GABBIANO D’ARGENTO

 


Il 1978 è un anno speciale per lo sport italiano. La nazionale di calcio guidata dal “vecio” Enzo Bearzot disputa un grande mondiale in Argentina. Contro tutti i pronostici della vigilia si regala un più che ragguardevole quarto posto che ci riporta ai massimi vertici del football mondiale. Agli Europei di atletica leggera di Praga Pietro Mennea conquista i titoli europei nei 100 e nei 200 metri, Venanzio Ortis la medaglia d’oro nei 10.000 metri, così come Sara Simeoni nella gara di salto in alto. La campionessa di Rivoli Veronese lo fa bissando quel 2,01 che poche settimane prima a Brescia durante una riunione di atletica tra le nazionali di Italia e Polonia le era valso il primato del mondo della specialità. A Berlino Ovest, l’Italia della pallanuoto diventa campione del mondo mettendosi alle spalle vere e proprie corazzate quali Ungheria e Jugoslavia mentre Eugenio Lazzarini è campione del mondo di motociclismo, aggiudicandosi il campionato mondiale 125 in sella alla MBA, vincendo 4 corse su le 10 disputate.

Ma è la nazionale italiana di Pallavolo a compiere una vera e propria, quanto inattesa, impresa. Ai mondiali di Roma i pallavolisti azzurri, magistralmente guidati dal tecnico Carmelo Pittera e letteralmente trasportati dal delirante pubblico capitolino, eliminano Cuba in una eroica e indimenticabile semifinale per poi aggiudicarsi la medaglia d’argento dietro l’imbattibile Unione Sovietica dei mostri sacri Savin e Zaitsev.

La stagione 78/79, quella del 34° campionato della nostra serie A1, si apre sulla scia luminosa di questa straordinaria avventura azzurra che ha consacrato i nostri eroi pallavolisti come vere e proprie star nazionali. Pupo Dall’Olio, Gianni Lanfranco, Marco Negri ed il resto della truppa, oltre ad essere diventati volti noti al grande pubblico italiano, sono considerati tra i migliori giocatori continentali. Non a caso la stampa sportiva definisce quello che sta partendo, il “più del campionato di sempre”.

Sono dodici le squadre che si presentano ai nastri di partenza. I campioni d’Italia uscenti della Paoletti Catania affidano la panchina a Nino Cuco, dal momento che al C.T. azzurro Carmelo Pittera la FIPAV ha negato la possibilità di svolgere il doppio incarico, costringendolo quindi ad assumere il ruolo di Direttore Sportivo. Anche sul terreno di gioco i catanesi denunciano un’assenza importante rispetto alla stagione precedente. Il formidabile martello Drahomir Koudelka dopo la conquista dello scudetto ha infatti deciso di chiudere la parentesi italiana facendo ritorno nella sua amata Cecoslovacchia. La Paoletti riesce comunque a mantenere inalterata buona parte dell’ossatura dell’anno precedente formata da Alessandro, Castagna, Concetti, Greco, Nassi e Scilipoti. Aggiunge inoltre altri tre eccellenti atleti: il gigante Claudio Di Coste proveniente da Roma, mancino, nazionale azzurro, 207 centimetri di altezza che gli consentono di  passare spesso e volentieri sopra il muro degli avversari, l’universale polacco Zbignlew Zarzycki, ex Dermatrophine Padova, ed il giovane Maurizio Ninfa. Quest’ultimo, catanese doc, diventerà nelle stagioni successive un pilastro della pluriscudettata Santal Parma, dove verrà schierato in diagonale con il fenomenale palleggiatore coreano Kim Ho Chul. Catania gioca una buona stagione ma le sconfitte stagionali che rimedia contro Modena, Pisa, Sassuolo e Torino la costringono ad accontentarsi del terzo posto finale.

Roma targata Tiber Toshiba, vicecampione d’Italia nella stagione precedente, perde uno dei suoi principali terminali d’attacco, il lungagnone di Coste trasferitosi a Catania. Riesce però a mantenere in organico le “stelle” Erasmo Salemme, Andrea Nencini e Mario Mattioli, quest’ultimo impiegato nel ruolo di allenatore – giocatore e lancia nel sestetto titolare un giovane centrale costruito in casa, Angelo Squeo. Forte in attacco e roccioso a muro, Squeo, oltre che a disputare un’ottima carriera da atleta in diversi club italiani (Modena, Bologna, Catania, Montichiari e Salerno), una volta appese le ginocchiere al chiodo diventerà un importante dirigente internazionale sportivo nell’ambito del Beach Volley. La stagione regalerà alla società capitolina un quinto posto finale, senza infamia e senza lode, grazie a 11 vittorie e 11 sconfitte.

Modena punta a riportare a casa quello scudetto che le manca dalla stagione 75/76. Per raggiungere l’ambizioso obiettivo si affida ad una nuova guida tecnica. La panchina è infatti passata dalle mani polacche del duro Edward Skorek a quelle dell’autoctono Gian Paolo Guidetti, ex Edilcuoghi Sassuolo. I modenesi possono schierare in regia Pupo Dall’Olio, palleggiatore titolare della nazionale azzurra vicecampione del mondo, e gli esperti Paolo Montorsi e Stefano Sibani ad attaccare. Giorgio Goldoni è l’universale che fornisce equilibrio ad un sestetto di cui in più occasioni fanno parte due giovani ventenni di belle speranze, Daniele Berselli e il mancino Massimo Dalfovo. La ciliegina sulla torta è però rappresentata dal fuoriclasse brasiliano Bernard Rajzman, universale d’attacco che propone come prelibatezza della casa una tesa velocissima portata non solo da centro rete ma da ogni zona del campo. Il fortissimo carioca è inoltre famoso per la sua battuta “coreana” denominata “jornada na estrelas”, un tipo di battuta piuttosto utilizzata dai beachers nelle spiagge di Copacabana nel quale la palla viene colpita dal basso verso l’alto con la mano a taglio.  Una tecnica che consente di imprimere all’attrezzo un’altissima parabola rotatoria che si dirige fino a pochi centimetri dal soffitto dei palasport e che, ricadendo nel campo avversario col la pesantezza di un vero e proprio macigno, crea grande scompiglio nella linea di ricezione avversaria.  

Poco distante da Modena, venti chilometri circa, c’è un’altra squadra che lavorando in silenzio si sta affacciando ai massimi palcoscenici della nostra pallavolo. Si tratta dell’Edilcuoghi Sassuolo di mister Adriano Guidetti, tecnico che fino alla stagione precedente è stato il principale artefice delle fortune del Edilmar Cesenatico. L’allenatore modenese riesce ad allestire un sestetto favoloso creando nella propria bottega come il migliore degli alchimisti un mix composto da giovani talentuosi, Leo Carretti, Gianluigi Sacchetti, Enrico Zini, Saetti Baraldi, vecchi marpioni come Rodolfo Giovenzana e Giorgio Barbieri e atleti nazionali quali Marco Negri e Mauro Di Bernardo. La squadra sarà una delle rivelazioni del campionato e chiuderà al 4° posto finale, collezionando ben 16 vittorie. Affermazione tra le quali spiccano vere e proprie perle quali il 3-1 alla Klippan Torino, il 3-2 alla Paoletti Catania ma soprattutto l’entusiasmante 3-2 inflitto alla Panini Modena in un indimenticabile derby disputatosi nello storico Palamolza, l’impianto di Viale Molza di Modena, storica cattedrale della storia pallavolistica della città della Ghirlandina.

Continuando a percorrere la Via Emilia in direzione Romagna, c’è anche la Grondplast Ravenna che sta preparando la sua stagione. E lo sta facendo sotto la guida di un vero e proprio lusso in panchina dal momento che alla sua guida tecnica si trova Oddo Federzoni. Ex schiacciatore dell’Avia Pervia Modena, vincitore di due scudetti (65/66 e 66/’67) alla guida della Virtus Bologna, ma soprattutto CT della nazionale italiana dal 1970 al 1974 con cui vinse la medaglia d'oro alle Universiadi di Torino, primo successo a livello di competizioni mondiali per la Nazionale azzurra. I romagnoli hanno ingaggiato un buon giocatore brasiliano, Badà Ribeiro. Ventunenne di 193 centimetri che, nel solco della miglior tradizione paulista, dispone di un buon salto e di un braccio velocissimo. Doti che nel corso degli anni successivi gli consentiranno di vestire altre importanti maglie quali quelle di Modena, Catania, Roma e Jesi. Federzoni gli affianca gli esperti Carlo Cirota, universale reggiano e Aldo Bendandi che in quell’anno dividerà la cabina di regia con Marco Venturi, emergente palleggiatore genio e sregolatezza, dotato di uno smisurato talento che non riuscirà ad esprimere per intero nel corso della sua pur ottima carriera. A questi buonissimi giocatori Ravenna aggiunge Stefano “Cisco” Recine, ventunenne di belle speranze che con ragguardevoli doti atletiche di velocità e salto combinate ad una proverbiale grinta, sarà per tutti gli anni ’80 uno dei più forti giocatori italiani vestendo le maglie di Modena, Parma, Bologna, e Milano. Il quinto posto finale, a pari merito con Roma e Pisa, premierà la buona stagione degli uomini di mister Federzoni.

Anche l’asse Torino – Milano offre due ottime compagini alla nostra serie A1. La Klippan Torino del Professor Prandi inizia la stagione proponendo un sestetto che per 5/6 ricalca quello già messo in campo l’anno precedente. Rebaudengo e Gianni Lanfranco vengono schierati in diagonale nel doppio ruolo di palleggiatori – attaccanti, Borgna e Franco Bertoli ricevono e randellano da posto quattro e al centro della rete al confermatissimo Giancarlo Dametto, vero e proprio re del muro, affiancano Ernesto Pilotti, alessandrino, universale d’attacco di 195 centimetri. E’ una squadra che Silvano Prandi ha modellato nei lunghi e faticosi allenamenti svolti nelle palestre cittadine sul modello delle più forti squadre dell’Est Europeo, dotandola quindi di una grande battuta e di un muro invalicabile. A Milano invece il Presidente Gianni Ferrauto ha allestito una squadra composta prevalentemente da giovani dalla “cantera” milanese. E’ riuscito nel proprio intento grazie alle capacità del proprio tecnico, Walter Rapetti, per tutti “Walterone” grazie a alla sua imponente mole. Diplomato Isef e docente Universitario, Rapetti è il vero e proprio antesignano della pallavolo meneghina. Eccezionale maestro di pallavolo e fine motivatore di atleti, in quella stagione mette in campo una serie di giovani elementi forgiati nel settore giovanile da lui stesso diretto: Luca Ferrauto, Oliviero Cimaz, Valerio Dall’Ara, Claudio Brambilla, Stefano Duse e Piero Rimoldi. A questi giovani di belle speranze il tecnico milanese affianca a fare da chioccia il trentaquattrenne schiacciatore Zdizislaw Ambroziak, uno dei giocatori polacchi più forti di tutti i tempi, proveniente da Padova. Riuscirà a condurre la squadra verso il porto sicuro di una tranquilla salvezza, principale obiettivo del club, conquistando un buon nono posto finale.

Le grandi novità della stagione si riveleranno però essere le due neopromosse Cus Pisa (sponsorizzata Mazzei) e Amaro Più Loreto, unitamente alla Veico Parma, ripescata nel corso dell’estate a seguito della rinuncia alla serie A1 dell’Edilmar Cesanatico, compagine che nella stagione precedente, ottimamente guidata dal Prof. Adriano Guidetti in panchina e da un magistrale Mauro Di Bernardo in campo, aveva raggiunto un lusinghiero 5° posto finale. I toscani, guidati in panchina da Claudio Piazza II°, omonimo del coach che guiderà la Santal Parma a più stagioni di grandi successi, possono schierare due pilastri della nazionale campione del mondo: l’universale di classe cristallina Fabio Innocenti e il palleggiatore Alessandro Lazzeroni, che negli ultimi mondiali ha diviso la cabina di regia con il modenese Pupo Dall’Olio. Il tecnico dei pisani punta su un gruppo particolarmente affiatato dal momento che è composto in buona parte da giocatori pontederesi e pisani e quindi fidelizzati al massimo con la società cussina. Il Mazzei Pisa si aggiudicherà un ottimo 5° posto finale, in condivisione con Roma e Ravenna. Un risultato di tuto rispetto che non sarà però sufficiente a salvare la società dalla diaspora che la dissanguerà nelle stagioni successive. Nel corso di due annate infatti, il ciclo di mister Piazza e dello storico gruppo che lo aveva seguito nell’ultimo decennio, volgerà al termine. Il tecnico si accaserà a Ravenna insieme al palleggiatore Lazzeroni, mentre Corella, Ciardelli, Innocenti, Zecchi, Barsotti, De Marinis, Masotti, Mazzantini e Toniazzi si divideranno tra Chieti, Ugento e Lupi S. Croce, determinando la fine della società pisana per quanto riguarda il volley ai massimi livelli nazionali.

L’Amaro Più Loreto mette a segno un colpaccio in panchina, affidando le sorti della prima squadra ad un mostro sacro della pallavolo mondiale, Edward Skoerk. La società del piccolo comune anconitano riesce ad allestire un buon sestetto. Il palleggiatore – attaccante Daniele Ricci, che sarà poi il grande condottiero del Messaggero Ravenna targato Kiraly e Timmons dei primi anni ’90, Travaglini, Matassoli e lo schiacciatore Mrankov Vassil sono i suoi punti di forza. Riuscirà a garantirsi una più che dignitosa salvezza, gettando le basi per gli ottimi campionati che disputerà nel biennio successivo. Parma dopo i fasti dei Ferrovieri Parma del Professor Del Chicca, veri e propri pionieri del volley italiano e campioni d’Italia negli anni 1950 e 1951, e della Salvarani Parma, campione d’Italia nella stagione 68/69, ha da tempo ridimensionato le proprie ambizioni. Nella stagione 78/79, i fratelli Magri acquistano la società con l’ambizione di riportare Parma ai fasti di un tempo. I Ducali allestiscono una squadra formata da giovani atleti parmigiani, tra cui spiccano Giulio Belletti e Antonio Bonini, futuri atleti della nazionale azzurra, e un giovanissimo schiacciatore di nome Andrea Anastasi da Paggio Rusco che diventerà, prima un grande giocatore, e poi uno dei migliori allenatori italiani. D’oltreoceano i fratelli Magri fanno arrivare nella città di Maria Luigia lo yankee Scott Lindberg, centrale tutto fare di buona tecnica e di gran temperamento, che negli anni successivi sarà poi a Padova, Vimercate, Treviso e Bergamo. Con Veico come main sponsor e pur da ripescata, sotto l’ottima guida dell’ottimo Claudio Piazza la squadra si aggiudicherà un insperato ottavo posto finale.

Ad inizio stagione Modena parte forte e sembra poter essere la principale protagonista del campionato. L’asse Dall’Olio – Rajzman fa perdere la bussola a tutti i muri avversari e i gialloblu sembra abbiano la strada spianata per riportare dopo tre anni lo scudetto sotto la Ghirlandina. Ma la Klippan Torino non è della stessa idea. Gli uomini del Professor Prandi sono come un motore diesel; partono adagio ma, partita dopo partita, ingranano la quarta e non si fermano più. Dopo due sconfitte patite con Edilcuoghi e Panini, non sbaglieranno più un colpo trovandosi e al termine della ventunesima e penultima giornata di campionato appaiati a Modena in vetta alla classifica con 38 punti. Incredibilmente, il calendario ha disposto proprio all’ultima giornata lo scontro diretto fra i piemontesi e gli emiliani. Una vera e propria finale scudetto nell’era antecedente ai playoff. L’attesissima sfida si disputa in un PalaRuffini di Torino gremito da oltre settemila persone e non ha storia. La Klippan lascia a Dall’Olio e compagnia la miseria di 18 punti complessivi in tre set, conquistando il suo primo scudetto. La Panini si consolerà vincendo a sua volta la prima edizione della Coppa Italia.

Stagione che sancisce il dominio di Torino nella pallavolo italiana, non solo per quell’annata ma anche per quelle successive, dal momento che nei due campionati seguenti gli uomini di Silvano Prandi conquisteranno il titolo di campioni d’Italia. La stagione ‘80/’81 verrà tra l’altro sigillata con un incredibile ruolino di marcia: ventidue vittorie, zero sconfitte e soltanto 7 set persi in tutto il campionato.   

Al termine della stagione 78/79 il Bologna di Nerio Zanetti e l’Altura Trieste salutano la nostra massima serie al termine di un campionato particolarmente deludente per entrambe le compagini. Solo due le vittorie per i bolognesi e nemmeno una per i Triestini del giocatore – allenatore Giorgio Manzin.

Saliranno invece in A1 Belluno e Falconara. E sarà proprio quest’ultima, società modello del piccolo comune marchigiano, che scriverà a metà anni ’80 una delle più belle favole della pallavolo italiana, sotto la guida tecnica di Marco Paolini e l’illuminata regia societaria di Tarcisio Pacetti.